Archive for settembre, 2014

Il nuovo contratto di godimento di beni immobili, in funzione del loro successivo acquisto (Rent to buy).

Art. 23 Disciplina di contratti di godimento in funzione della successiva alienazione di immobili 

L’Articolo 23 del DL 133/2014 ha introdotto nel nostro ordinamento la disciplina del contratto di godimento di beni immobili, in funzione del loro successivo acquisto.

Lo schema del contratto può essere sintetizzato come segue: il concedente  concede in godimento al conduttore  un immobile col diritto di quest’ultimo di acquistarlo entro un termine determinato, imputando a prezzo, in tutto o in parte, i canoni versati, a seconda di quanto in tal senso convenuto nel contratto, ove si può appunto stabilire quale sia la parte di canone che va a remunerare l’utilizzo del bene dato in godimento e quale sia invece quella porzione (che può coincidere anche con l’intero canone) che vale come rata del prezzo dovuto per l’acquisto.

Dalla stipula di questo contratto deriva che  il conduttore può utilizzare l’immobile del concedente per il periodo concordato e divenirne proprietario con modalità e tempi convenuti.

E’ espressamente stabilito che, in caso di inadempimento, si applica l’articolo 2932 del Codice civile: vale a dire che la parte adempiente può domandare al giudice di emanare una sentenza che tenga luogo del contratto non concluso.

Inoltre, qualora il concedente si renda inadempiente e il conduttore preferisca non far luogo all’esecuzione in forma specifica dell’obbligo di contrarre ma voglia sciogliersi dal contratto, questi può pretendere la restituzione della parte di canoni convenuta quale prezzo di acquisto.

Qualora invece il contratto si risolva per inadempimento del conduttore, il concedente ha diritto alla restituzione dell’immobile e può incamerare i canoni a titolo di indennità.

Quanto ai profili fallimentari, la nuova normativa dispone che, se fallisce il concedente, il contratto prosegue, ferma restando l’esperibilità dell’azione revocatoria fallimentare. Invece, in caso di fallimento del conduttore, al curatore spetta l’opzione tra la prosecuzione del rapporto o il suo scioglimento.

 

Clausole di giurisdizione e norme imperative nei contratti di agenzia: il distinguo della High-Court of Justice britannica nel caso Fern vs. Intergraph

Nei contratti internazionali la presenza di una clausola che indichi quale sia la normativa sostanziale scelta dalle parti per la disciplina del rapporto da esse posto in essere è, in un certo senso, necessaria: per poter confezionare un accordo che possa definirsi enforceable, ossia efficace nelle sue applicazioni concrete, è assai utile decidere in anticipo l’ordinamento giuridico in base al quale interpretarlo, anche in caso di successive controversie. L’High Court of Justice, con sentenza del 29 agosto 2014, ha però sottolineato con forza come l’inserimento di clausole di rinvio ad una legislazione straniera non possa tradursi in un’automatica esclusione della vigenza della normativa britannica in materia.

Nel caso di specie Fern Computer Consultancy Ltd. vs. IntergraphCadworx& Analysis Solutions Inc. la Corte è stata chiamata a pronunciarsi sull’applicabilità della legge britannica ad un contratto di agenzia che espressamente rinviava alla normativa texana con apposita clausola. L’applicazione di questa previsione contrattuale avrebbe portato all’esclusione del diritto dell’agente di beneficiare di qualsiasi riparazione economica a seguito dell’estinzione del contatto per iniziativa del preponente. Questo tipo di indennizzo, tuttavia, benché non espressamente previsto né dalla legge texana in materia, né dal contratto in questione, rientra tra i diritti inderogabili dell’agente in base a quanto previsto dalla normativa britannica, che espressamente vieta pattuizioni tese ad escluderlo. La Corte ha dunque affermato che la scelta di una legge straniera in sede negoziale non può escludere l’applicazione di norme inglesi che vietino determinate clausole in danno dell’agente: trattandosi di norme inderogabili nell’ordinamento britannico, la volontà delle parti non può giungere ad escluderne l’efficacia, neppure rinunciando all’applicazione di tale legge in favore di un ordinamento straniero.

Un ulteriore importante principio stabilito in questa sentenza riguarda l’ambito di applicazione della normativa britannica sull’agenzia. Il British Commercial Agent Regulations è applicabile esclusivamente ai rapporti di agenzia relativi al commercio in forma di vendita di beni, e non di servizi. Il rapporto di agenzia tra Fern e Intergraph era relativo alla fornitura di software successivamente venduti al pubblico. La High Court, interrogata sull’applicabilità del BCAR ad un simile caso, ha qualificato questo tipo di scambio come una vendita di beni. Pur fornendo all’agente la sola licenza d’uso e distribuzione di un software, infatti, la preponente si è servita di supporti materiali qualificabili come beni, ovvero i cd sui quali tale software risultava caricato, fisicamente consegnati alla controparte: da tale aspetto i giudici hanno ritenuto di poter qualificare la transazione come scambio di beni e non di servizi. Il carattere perpetuo con cui era stata concessa la licenza ha infine costituito l’argomento in virtù del quale assimilare questa fornitura ad una vendita.

Irene Moccia
Studio Tabellini

 

 

Conversione della somministrazione a tempo determinato in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato: i principi di diritto di Corte di Cassazione, 26 giugno 2014, n. 18861

La Corte di Cassazione ha avuto modo di pronunciarsi sul trattamento sanzionatorio previsto nei casi in cui un contratto di somministrazione di lavoro a tempo determinato sia stipulato al di fuori dei limiti e delle condizioni disposte dal D. Lgs. n. 276/2003, art.. 20 e art. 21, comma 1, lett. a), b), c), d) ed e).

In queste circostanze, com’è noto, il lavoratore può agire in giudizio a norma dell’art. 414 c.p.c. nei confronti anche del solo utilizzatore, al fine di chiedere il riconoscimento della sussistenza di un soggiacente rapporto di lavoro subordinato alle dipendenze di quest’ultimo, con effetto dall’inizio della somministrazione (art. 27, DC. Lgs. 267/2003).

La Corte di Cassazione ha ora affrontato il problema interpretativo concernente l’applicabilità al caso della somministrazione a tempo determinato delle disposizioni in tema di conversione del contratto di lavoro determinato tout court. E l’ha risolto statuendo che anche in caso di conversione della subordinazione a termine le relative conseguenze economiche sull’obbligo retributivo vanno rintracciate nelle disposizioni generali sul contratto a tempo determinato previste dalla L. 183/2010 (c.d. “Collegato Lavoro”), con conseguente possibilità di condanna del datore di lavoro al pagamento di un’indennità compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

Il ragionamento della Corte di Cassazione muove dalla constatazione che l’art. 32, comma 5 della legge 183/2010 rinvia, per la determinazione dell’indennità a carico del datore di lavoro in caso di conversione del contratto di lavoro a tempo determinato in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, ai criteri ex L. 15 giugno 1966, n.604, art. 8. Questo rinvio alla legge 604/1966, la cui applicabilità è ribadita rispetto a tutte le diverse tipologie specifiche di contratto a tempo determinato, differisce significativamente da quello contenuto nel precedente art. 32, comma 4, ove sono elencate tassativamente le singole ipotesi e, per ciascuna di esse, la disciplina di riferimento.

La Corte ha ribadito come l’ambito di applicazione dell’art. 32, comma 5 del “Collegato Lavoro” sia delimitato dalla sussistenza di due sole condizioni: la stipula di un contratto di lavoro a tempo determinato e la sussistenza dei presupposti per un fenomeno di conversione. In mancanza di specifica esclusione dalla disciplina generale prevista per i contratti di lavoro a tempo determinato, anche il contratto di somministrazione “a termine” risulta dunque compreso nell’alveo applicativo della norma.

A ulteriore conferma del proprio percorso esegetico, la Corte allega l’esempio di una sentenza della Corte di Giustizia Europea (CGE, 11 aprile 2013, sentenza Della Rocca), la quale, nell’escludere l’applicabilità della direttiva 1999/70/CE in tema di lavoro a tempo determinato al caso del contratto di lavoro a tempo determinato accompagnato ad una fornitura a tempo determinato, fonda tale conclusione sulla specifica previsione in tal senso prevista dal legislatore europeo. In assenza di questa indicazione, ragionando a contrario, si sarebbe dovuto propendere per un’applicabilità della direttiva in questione anche al caso della somministrazione. Analogamente, dal momento che il legislatore italiano non ha previsto un’espressa esclusione della somministrazione a tempo determinato dall’ambito applicativo dell’art. 32, comma 5, la Corte giunge a ritenere che la ratio della norma fosse quella di ricomprendere anche questo caso nella disciplina generale della conversione di contratto “a termine”.

 

Responsabilità per attività di direzione e coordinamento di una società di capitali, ex art. 2497 c.c.: legittimazione attiva e passiva; nozione

La società eterodiretta è legittimata ad agire in responsabilità ex art. 2497 c.c. nei confronti dell’ente/soggetto dirigente.

E’ configurabile la diretta responsabilità delle persone fisiche esercenti attività di direzione e coordinamento verso la società eterodiretta per i danni provocati al suo patrimonio dall’esercizio illegittimo di tale attività, quando sussistano elementi probatori in grado di dimostrare che il socio persona fisica si è comportato come una vera e propria holding.

L’attività di direzione e coordinamento si distingue dall’amministrazione di fatto della società: l’ente dirigente non agisce compiendo esso stesso atti di gestione della società eterodiretta rilevanti verso terzi e/o spendendone il nome, così generando un effetto di imputazione ad essa dei suoi atti, ma influenza o determina le scelte gestorie operate dagli amministratori della società eterodiretta che si tradurranno in atti gestori rilevanti verso i terzi compiuti, in esecuzione delle direttive, dagli amministratori della società eterodiretta.

L’attività di direzione e coordinamento è un’attività atipica che può assumere forma orale o scritta e le modalità più svariate – dal colloquio tra presenti, al colloquio telefonico, alla mail, al fax, al verbale di c.d.a. – avente come mittente l’ente dirigente e come destinatario gli amministratori della società eterogestita, consistente nell’espressione di volontà del primo in ordine ad atti gestori che dovranno essere compiuti dai secondi.

 

Tribunale di Milano 20 marzo 2014

Revoca del concordato preventivo approvato

La Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata sul tema della revoca del concordato preventivo, per atti di frode da parte dell’imprenditore ammesso alla procedura.

La Corte di legittimità muove dalla constatazione che il concordato preventivo non è un mero atto di autonomia negoziale delle parti, ma si realizza in un contesto proceduralizzato ed in un ambito di controlli pubblici affidati al Giudice per garantire il raggiungimento delle finalità perseguite dal legislatore (Cassazione, S.U. n. 19506 del 2008).

Rientrano nel concetto di atti di frode rilevanti per la revoca del concordato i comportamenti dolosi consistenti anche solo nella mera consapevolezza di aver taciuto nella proposta circostanze significative ai fini dell’informazione dei creditori (Cass. 10778 del 2014), o nell’occultamento di situazioni di fatto idonee ad influire sul giudizio dei creditori (Cass. N. 13871 del 2011, e Cass. N. 3543 del 2014).

Per la revoca del concordato può rilevare, quindi, anche il fatto non adeguatamente e compiutamente esposto in sede di proposta di concordato o nei relativi allegati, che sia successivamente accertato dal commissario, nella sua completezza e rilevanza ai fini della corretta informazione dei creditori (Cass. N. 9050 del 2014).

L’accertamento ad opera del commissario giudiziale di atti di occultamento o di dissimulazione dell’attivo, della dolosa omissione della denuncia di uno o più crediti, dell’esposizione di passività insussistenti o della commissione di altri atti di frode da parte del debitore determina la revoca dell’ammissione al concordato, a norma della L. Fall., art. 173, indipendentemente dal voto espresso dai creditori in adunanza e quindi anche nell’ipotesi in cui i creditori medesimi siano stati resi edotti di quell’accertamento.

 

(Cassazione 26 giugno 2014, n. 14552)