Archive for dicembre, 2015

Garanzia della consistenza del patrimonio della società e validità dei patti parasociali di rinunzia all’azione di responsabilità sociale

Con la sentenza n. 19193 del 14 luglio 2015, il Tribunale di Roma si è espresso relativamente alla questione della garanzia sulla consistenza del patrimonio sociale in caso di vendita di partecipazioni sociali o azioni e relativamente ai patti parasociali aventi ad oggetto la rinuncia ad esercitare l’azione di responsabilità verso gli amministratori.

Per quanto concerne la prima questione, il Tribunale ha rilevato che non vi è alcuna norma che imponga al cedente di una partecipazione societaria un obbligo di prestare garanzie riguardo l’idonea consistenza del patrimonio della società a cui le partecipazioni si riferiscono. Secondo i Giudici, invero, la clausola contrattuale che escluda espressamente la prestazione di siffatta garanzia non è sanzionata dalla legge con nullità. Le ragioni addotte dal Tribunale a sostegno di tale tesi si basano sul fatto che in caso di cessione di partecipazioni sociali in genere l’oggetto è la partecipazione sociale in sé e per sé considerata, mentre il patrimonio sociale che essa rappresenta è solo oggetto mediato di tale contratto. Per questi motivi, nel caso in cui emergano problematiche in ordine alla consistenza del patrimonio societario, è possibile ottenere la risoluzione contrattuale esclusivamente laddove il cedente avesse prestato specifica garanzia contrattuale a tal proposito.

In conclusione, non vi sono norme che tutelino l’acquirente di partecipazioni sociali in ordine al patrimonio della società, una siffatta tutela potrebbe intervenire solo ove all’uopo si fosse indirizzata l’autonomia negoziale della parti.

Con lo stesso provvedimento, il Tribunale ha affrontato la questione relativa alla nullità del contratto in caso di pattuizione per cui i soci si impegnano nei confronti di un terzo, socio uscente ed ex amministratore unico della società, a non esercitare l’azione di responsabilità sociale.

Suddetto profilo si presenta ricco di interesse, soprattutto in considerazione del consolidato orientamento in senso opposto della giurisprudenza di legittimità. La Suprema Corte, invero, considera affetti da nullità i patti finalizzati a precludere in capo ai soci l’esercizio dell’azione di responsabilità sociale (si veda, a tal proposito, Cass. 7030/1994; Cass. 10869/99; Cass. 1241/2007 e 10215/2010). Le ragioni che hanno indotto la Suprema Corte a consolidare in siffatta maniera il proprio orientamento trovano le basi sulla supposta illiceità dei motivi comuni alle parti del patto parasociale. Nella pronuncia numero 10215 del 2010, per esempio, la Cassazione ha affermato che: «[i]l patto parasociale che impegna i soci a votare in assemblea contro l’eventuale proposta di intraprendere l’azione di responsabilità sociale nei confronti degli amministratori, non è contrario all’ordine pubblico, ma agli art. 2392 e 2393 c.c., i quali non pongono principi aventi tale carattere, ma sono norme imperative inderogabili, con conseguente nullità del patto, in quanto avente oggetto (la prestazione inerente alla non votazione dell’azione di responsabilità) o motivi comuni illeciti (perché la clausola mira a far prevalere l’interesse di singoli soci che, per regolamentare i propri rapporti, si sono accordati a detrimento dell’interesse generale della società al promovimento della detta azione, dal cui esito positivo avrebbe potuto ricavare benefici economici); né l’estensione della nullità all’intero negozio e la conversione del negozio nullo, di cui agli art. 1419 e 1424 c.c., implicano la violazione dell’ordine pubblico, in quanto l’istituto della nullità non è, di per sé, di ordine pubblico, potendo solo alcune sue ipotesi essere generate dalla violazione di tali principi.» (in Giur. comm. 2011, 4, II, 802)

Pronunce di tale ordine non sembrano dare alcuno spazio di manovra in questo ambito. Le parole della Suprema Corte sono chiare e confermano un orientamento ormai consolidato. Ed è proprio alla luce di tale situazione che la pronuncia del Tribunale di Roma acquista una notevole rilevanza.

Secondo i Giudici del Tribunale capitolino, infatti, suddetto accordo ha la natura di patto parasociale e sarebbe invalido solo ove avesse ad oggetto la rinunzia preventiva all’esercizio di un azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore per condotte successive allo stesso patto. Tale accordo, invece, non presenterebbe alcun profilo di invalidità ove statuisse, come effettivamente accadeva nella controversia oggetto della pronuncia, l’obbligo di non votare l’azione di responsabilità dell’amministratore che, in conseguenza della cessione della propria partecipazione sociale, cessasse di ricoprire tale carica.

Nello specifico, a parere del Tribunale, nel primo caso si paleserebbe una situazione non compatibile con il modello di gestione disposto dagli artt. 2392 e 2393 cod. civ. e si sostanzierebbe, altresì, una violazione dell’art. 1229, ove statuisce che “[è] nullo qualsiasi patto che esclude o limita preventivamente la responsabilità del debitore per dolo o per colpa grave.” Viceversa, i giudici ritengono che suddette criticità non emergano nel secondo caso, ovverosia ove venga pattuito di non votare l’azione di responsabilità del socio uscente alla conclusione della sua gestione societaria.

Nicola Petito

Studio Tabellini

L’Iran dopo l’Accordo: la svolta per l’”oro” di Teheran

L’anno che si appresta a terminare potrebbe essere ricordato come il primo di un nuovo importante ciclo per quanto riguarda i rapporti economici tra Repubblica Islamica dell’Iran e Comunità internazionale. Il 14 luglio scorso, infatti, dopo un lungo e complesso percorso di trattative diplomatiche, è stato siglato a Vienna il “Joint Comprehensive Plan of Action” (JCPOA). Con questo Accordo è stato posato il primo tassello di un processo che, se tutte le congiunture dovessero essere positive, potrebbe portare enormi vantaggi. Da un lato, invero, l’Iran potrebbe acquisire i requisiti necessari per affermarsi quale nuova economia emergente sul piano economico globale, dall’altro lato, gli Stati assisterebbero ad un notevole incremento delle opportunità di investimento nel Paese. Non che queste ultime fossero finora precluse, però il complesso sistema di sanzioni economiche – con il conseguente divieto di stipulare contratti con precisi soggetti e relativi a determinati beni – certamente non facilitava le relazioni commerciali con l’Iran. E’ da considerarsi, tuttavia, che l’industria italiana è storicamente attratta dal mercato iraniano, nonostante le evidenti complessità e le problematiche operative, è sempre stata fortemente insediata all’interno del territorio: si pensi che nel 2010, anno a dir poco “problematico” per quanto riguarda i rapporti tra Iran e Comunità internazionale, la presenza di aziende italiane sul territorio era di 1000 unità. Anche in considerazione di questo aspetto, dopo la stipula dell’Accordo di Vienna, le prospettive per il nostro Paese non possono che essere aumentate in maniera evidente. La progressiva eliminazione delle sanzioni e la conseguente maggiore semplicità di procedure e controlli, insieme al generale migliorato clima di relazioni diplomatiche garantiranno una maggiore facilità alle relazioni commerciali tra l’Iran e il resto del mondo. Ed è in questo ambito che l’Italia dovrebbe inserirsi senza timore, forte anche dell’eccellente rapporto di amicizia che storicamente caratterizza le due nazioni.
La ripresa del dialogo tra Repubblica Islamica dell’Iran e Comunità internazionale può essere definita senza alcuna remora come un evento “storico”. Sino a pochi anni fa le posizioni erano quanto mai distanti, un accordo che permettesse all’Iran di aprirsi al mondo, infatti, era considerato improbabile, se non addirittura impossibile. Finalmente il Paese persiano ha cessato il suo periodo di isolamento dal resto del mondo e si appresta ad avviare un nuovo processo di sviluppo economico, schiudendo un ampio novero di possibilità commerciali per chi vorrà profittarne.
Gli aspetti che depongono a favore di una forte crescita dell’Iran sono molteplici. Tra di essi, un vantaggio determinante è rappresentato dalla composizione demografica del Paese: il 71% della
popolazione è compresa nella fascia di età 15-64 anni, mentre solo il 5% rientra nella fascia degli ultra-sessantacinquenni, si tratta, dunque, di una nazione molto giovane, prevalentemente in età lavorativa e tendenzialmente propensa al consumo.
I settori dell’economia dove è possibile intervenire con successo sono svariati. Innanzitutto, vanno considerati i pilastri dell’economia iraniana, ovverosia il settore agricolo ed il settore energetico. Il primo è essenziale poiché costituisce la base sia della fiorente industria agro-alimentare sia della rinomata produzione di tappeti.
Il settore di maggiore rilevanza, però, è quello energetico. Le riserve petrolifere e di gas a disposizione del paese sono considerevoli, stimate come le seconde al mondo. In questo ambito, pertanto, possono essere numerose le possibilità di relazioni commerciali. L’industria necessita di macchinari, componenti, semilavorati e prodotti chimici che, spesso, le aziende iraniane non sono in grado di produrre. La composizione dell’export italiano verso l’Iran, infatti, è costituita per gran parte da prodotti dell’industria meccanica, in particolare macchinari in grado di produrre energia meccanica, macchinari per la lavorazione delle materie plastiche, macchine da miniera, cava e cantiere. E’ da considerare che in questo ambito l’Iran è tecnologicamente arretrato rispetto al resto del mondo: durante il periodo di isolamento, tecnologie e materiali sono divenuti spesso obsoleti. A tal proposito, pertanto, un mercato interessante dove potrebbe essere relativamente semplice e al contempo molto fruttuoso inserirsi sarebbe quello dell’ammodernamento e dell’incremento dei fattori tecnologicamente avanzati. In tale opera le aziende italiane potrebbero sicuramente svolgere un ruolo determinante, affermandosi come protagoniste e contribuendo alla crescita dell’industria iraniana e alla sua competitività su scala internazionale. Queste rappresentano solamente le principali opportunità di investimento in Iran, tra le tante altre se ne potrebbero evidenziare ancora alcune come, per esempio, la costruzione di nuove infrastrutture, l’esportazione di beni durevoli e strumentali, i settori delle telecomunicazioni e dell’informatica e, infine, il mercato del lusso.
E’ plausibile che la progressiva rimozione delle sanzioni produrrà effetti benefici per l’export italiano, il fatturato godrà degli effetti positivi del nuovo disteso clima e l’Iran vivrà un boom economico divenendo un mercato di primaria rilevanza per le industrie italiane. Naturalmente, affinché questo scenario futuribile diventi realtà concreta, è necessario che tutto vada per il meglio: l’Iran deve continuare nell’opera di smantellamento del programma nucleare, così da ottenere in tempi rapidi la rimozione delle sanzioni, e i dubbi dovuti a instabilità e differenze culturali devono essere fugati. Se tutto ciò dovesse accadere, l’Iran potrebbe divenire destinatario
di grandi flussi di export e investimenti da parte di numerose aziende estere: la competizione tra gli Stati desiderosi di cogliere questa stimolante opportunità è già cominciata.
La strada è ancora lunga e costellata di ostacoli, ma i momenti più difficili paiono ormai passati. Con la stipula del Trattato di Vienna è stato avviato un processo grandioso a cui l’industria italiana non può permettersi di mancare. Per sfruttare appieno le opportunità che tale nuovo scenario economico internazionale schiuderà ai nostri imprenditori sarà necessario un costante impegno e, altresì, non dovrà mancare il convinto supporto delle istituzioni alle opere strategiche di investimento. L’Italia può e deve essere protagonista con l’eccellenza e i valori che da sempre gli sono riconosciuti nel mondo.

Nicola Petito

Studio Tabellini