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L’esercizio del diritto di recesso non può prescindere dall’osservanza del principio di buona fede ex art. 1375 c.c.

La Corte di Appello di Roma si è pronunciata sul tema dell’esercizio del diritto di recesso nei rapporti contrattuali di durata e sulla necessità che avvenga nel rispetto del principio di buona fede.

La controversia all’origine della pronuncia atteneva al recesso di una nota casa automobilistica francese da numerosi contratti di distribuzione con suoi concessionari, ritenuto da questi ultimi illegittimo in quanto abusivo e contrario al dovere di correttezza e buona fede nell’esecuzione dei rapporti contrattuali.

Il Giudice di primo grado aveva rigettato la tesi dei concessionari ritenendo che il produttore fosse legittimato a recedere in virtù delle clausole contrattuali e che per la legittimità dell’esercizio del diritto di recesso fosse sufficiente il rispetto del termine di preavviso.

Questa impostazione era stata confermata in secondo grado, ma poi rivista nel successivo grado di legittimità.

La Corte di Cassazione adita dai concessionari soccombenti nei due gradi di merito aveva infatti statuito che il diritto di recesso, seppur non sindacabile sotto il profilo teleologico, concretandosi in una scelta strategica del relativo titolare, non si sottrae ad un controllo in relazione alle modalità del suo esercizio. Tale esercizio deve essere parametrato al canone della buona fede, che permane quale fondamentale criterio di valutazione del comportamento delle parti nell’esecuzione del contratto ai sensi dell’art. 1375 c.c.

Proseguendo nel ragionamento, la Corte di Cassazione aveva affermato che “l’obbligo di buona fede oggettiva costituisce un autonomo dovere giuridico che si esplica nell’imporre a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra, a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali”. Di talché, il principio di buona fede oggettiva rappresenta uno strumento che il giudice deve utilizzare, anche in senso modificativo o integrativo dello statuto negoziale, per garantire il rispetto del giusto equilibrio tra gli opposti interessi delle parti del contratto.

Alla luce di questo principio di diritto, la causa era stata rinviata alla Corte di Appello di Roma al fine di accertare quali nel caso di specie fossero state le condotte delle parti e se esse potessero o meno essere considerate conformi ai citati doveri di correttezza e buona fede.

I giudici della Corte di Appello di Roma, dunque, adeguandosi alla pronuncia del giudice di legittimità,  hanno effettuato un controllo sulle modalità di esercizio del diritto di recesso nel caso concreto. Ed hanno riscontrato che nello specifico il breve lasso di tempo intercorso tra la comunicazione del recesso – con un preavviso, seppur contrattualmente previsto, di appena 12 mesi – e la previa avvenuta imposizione di investimenti ed obiettivi minimi di vendita aveva impedito ai distributori di ammortizzare gli investimenti sostenuti per l’esecuzione del contratto.

I medesimi giudici hanno poi appurato che la concedente nel recedere dal contratto aveva frustrato l’affidamento ingenerato nei concessionari poco tempo prima, quando sottoscrivendo con loro patti aggiuntivi li aveva indotti a ritenere che il rapporto sarebbe proseguito ulteriormente.

Sulla scorta di queste constatazioni, la Corte di Appello di Roma ha giudicato contraria a correttezza e buona fede la condotta della concedente e la ha condannata al risarcimento del danno.

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: Sentenza Corte d’Appello di Roma 24-10-17