Il contratto di agenzia nella giurisprudenza inglese: le indennità di preavviso e l’indennità sostitutiva di clientela secondo la High Court of Justice

Nel corso del 2016, la High Court of Justice of England and Wales, Queen’s Bench Division, ha pronunciato tre decisioni in tema di contratto di agenzia di particolare interesse. Tali pronunce, incentrate principalmente sul tema della determinazione del quantum dell’indennità suppletiva di clientela, forniscono un quadro chiaro, seppur sintetico, della normativa inglese che regola la questione, la Commercial Agents Regulations del 1993 (il cui testo si allega qui in copia), e dell’interpretazione che la giurisprudenza ne fornisce.

Con la prima pronuncia in esame, la High Court si è espressa sulla controversia tra l’agente “Alan Ramsay Sales & Marketing Ltd” e il preponente “Typhoo Tea Ltd”. La questione verteva sul mancato rispetto del periodo di preavviso, con conseguente richiesta da parte dell’agente del risarcimento dei danni, e sulla determinazione del quantum dell’indennità suppletiva di clientela. Questi argomenti sono stati anche l’oggetto della seconda controversia affrontata dalla Corte inglese, che vedeva contrapposti “The Software Incubator Limited” e “Computer Associates UK Limited”, dove il Giudice si è espresso altresì sulla questione concernente la portata applicativa delle norme inglesi in tema di agenzia. La terza controversia, poi, in essere tra “Mr. Monk, Inventabrand Consulting, Mr. Collins” e “Largo Foods”, oltre al tema dell’indennità suppletiva di clientela e l’indennità di preavviso, ha affrontato il rapporto tra l’indennità per i contratti conclusi dopo il termine del contratto di agenzia (Regulation 8) e l’indennità suppletiva di clientela (Regulation 17).

Di seguito pubblichiamo la sintesi dei casi sopracitati e delle relative decisioni della High Court of Justice.

Nicola Petito

Studio Tabellini

Sintesi pronunce High Court in tema di agenzia

Commercial Agents Regulations 1993 (UK)

Direttiva dell’8 giugno 2016 dell’Unione europea sulla protezione del know-how riservato e delle informazioni commerciali riservate contro l’acquisizione, l’utilizzo e la divulgazione illecita

L’8 giugno del 2016, il Parlamento europeo ha emanato la Direttiva 2016/943, in tema di know-how e informazioni commerciali riservate, fissando i criteri che gli Stati dovranno adottare entro il 9 giugno 2018 per garantire una tutela più efficace dei segreti commerciali in Europa.

La definizione di segreto commerciale

La Direttiva sottolinea l’importanza di stabilire una definizione di “segreto commerciale” omogenea che comprenda il know-how, le informazioni commerciali e le informazioni tecnologiche caratterizzate da un legittimo interesse a mantenere la riservatezza nonché una legittima aspettativa circa la tutela di tale riservatezza.

Nello specifico, l’articolo 2 definisce il concetto di “segreto commerciale” come le informazioni che presentano ciascuno dei seguenti requisiti:

a)      sono segrete, ossia non sono generalmente note o facilmente conoscibili a persone che si occupano di informazioni di questo tipo;

b)      hanno un valore commerciale in ragione della loro segretezza;

c)       sono sottoposte, dal soggetto che ne detiene il controllo, a misure finalizzate a conservarne la segretezza.

Sono escluse, quindi, dal concetto di segreto commerciale le informazioni non rilevanti e quelle facilmente accessibili dalle persone che lavorano negli ambiti dove sono generalmente usate. Il secondo requisito, invece, restringe il concetto di segreto commerciale alle sole informazioni la cui rivelazione potrebbe causare un danno al loro detentore, in virtù del fatto che, generalmente, solo esse sono considerate aventi valore commerciale. Infine, è opportuno sottolineare che in conseguenza dell’ultimo requisito, le società, per rientrare nella disciplina della Direttiva, dovranno implementare le procedure interne necessarie a conservare la segretezza delle informazioni commerciali, elaborando protocolli e sistemi di tutela finalizzati alla protezione dalla rivelazione, volontaria o involontaria, di tali segreti.

Il concetto di acquisizione, utilizzo e divulgazione leciti e illeciti dei segreti commerciali

La Direttiva definisce il concetto di acquisizione, utilizzo e divulgazione dei segreti commerciali, distinguendo tra le ipotesi lecite (articolo 3) e quelle illecite (articolo 4).

L’acquisizione di un segreto commerciale è considerata lecita quando è ottenuta attraverso una delle seguenti modalità:

a)      scoperta o creazione indipendente;

b)      osservazione, studio, smontaggio o prova di un prodotto o di un oggetto messo a disposizione del pubblico o lecitamente in possesso del soggetto che acquisisce le informazioni, il quale è libero da qualsiasi obbligo giuridicamente valido di imporre restrizioni all’acquisizione del segreto commerciale;

c)       esercizio del diritto all’informazione e alla consultazione da parte di lavoratori o rappresentanti dei lavoratori, in conformità del diritto e delle prassi dell’Unione e nazionali;

d)      qualsiasi altra pratica che, secondo le circostanze, è conforme a leali pratiche commerciali.

Sono altresì lecite l’acquisizione, l’utilizzo o la divulgazione di un segreto commerciale ogniqualvolta questi siano richiesti o autorizzati dal diritto dell’Unione europea o dal diritto nazionale.

Dal punto di vista delle condotte illecite, la Direttiva considera tale l’acquisizione di un segreto commerciale senza il consenso del detentore qualora sia posta in essere in uno dei seguenti modi:

a)      con l’accesso non autorizzato, l’appropriazione o la copia non autorizzate di documenti, oggetti, materiali, sostanze o file elettronici sottoposti al lecito controllo del detentore del segreto commerciale, che contengono il segreto commerciale o dai quali il segreto commerciale può essere desunto;

b)      con qualsiasi altra condotta che, secondo le circostanze, è considerata contraria a leali pratiche commerciali.

Le fattispecie di utilizzo e divulgazione di un segreto commerciale, poi, sono da considerarsi illecite se poste in essere senza il consenso del detentore del segreto commerciale da una persona che soddisfa una delle seguenti condizioni:

a)      ha acquisito il segreto commerciale illecitamente;

b)      viola un accordo di riservatezza o qualsiasi altro obbligo di non divulgare il segreto commerciale;

c)       viola un obbligo contrattuale o di altra natura che impone limiti all’utilizzo del segreto commerciale.

L’acquisizione, l’utilizzo o la divulgazione di un segreto commerciale si considerano altresì illeciti qualora un soggetto, al momento dell’acquisizione, dell’utilizzo o della divulgazione, fosse a conoscenza o avrebbe dovuto essere a conoscenza del fatto che il segreto commerciale era stato ottenuto direttamente o indirettamente da un terzo che illecitamente lo utilizzava o lo divulgava.

 

Tutela della riservatezza dei segreti commerciali nel corso di procedimenti giudiziari

La Direttiva ha il merito di aver riconosciuto che il timore circa la riservatezza ha spesso rappresentato un ostacolo al ricorso all’autorità giudiziaria da parte delle società in caso di illecito riguardante i segreti commerciali. L’articolo 9 della Direttiva, dunque, per porre rimedio a tale situazione, richiede agli Stati membri di predisporre dei meccanismi atti ad evitare che i segreti commerciali oggetto di procedimento giudiziario di tutela vengano utilizzati o rivelati illegittimamente. A tale scopo, sono indicate le misure che gli Stati dovranno attuare: a) l’introduzione di limitazioni d’accesso ad ogni documento contenente segreti commerciali o presunti tali, b) limitazioni d’accesso alle udienze, c) predisposizione dei provvedimenti giudiziali in versione non riservata, ossia con l’oscuramento delle parti contenenti segreti commerciali.

La tutela provvisoria e cautelare

La Direttiva prevede altresì che gli Stati debbano assicurare adeguati strumenti per tutelare in via provvisoria e cautelare i segreti commerciali. In particolare, gli Stati dovranno permettere che l’autorità giudiziaria possa disporre una o più delle seguenti misure:

a)      la cessazione o il divieto di utilizzo o di divulgazione del segreto commerciale a titolo provvisorio;

b)      il divieto di produzione, offerta, commercializzazione o utilizzo di merci costituenti violazione oppure di importazione, esportazione o immagazzinamento di merci costituenti violazione per perseguire tali fini;

c)       il sequestro o la consegna delle merci sospettate di costituire violazione, compresi i prodotti importati, in modo da impedirne l’ingresso sul mercato o la circolazione al suo interno.

 

Il risarcimento del danno

L’articolo 14 della Direttiva determina i criteri in tema di risarcimento del danno, disponendo innanzitutto che il relativo quantum dovrà essere appropriato all’effettivo pregiudizio subito a seguito dell’illecito. A tal fine, le competenti autorità giudiziarie dovranno tenere conto dei seguenti fattori: in primo luogo, il lucro cessante e i profitti illecitamente realizzati dall’autore della violazione, ma anche, ove opportuno, di elementi non correlati all’aspetto economico, quali ad esempio il pregiudizio morale causato al detentore del segreto commerciale dall’illecito. La Direttiva, inoltre, prevede che in alternativa, e se opportuno, si potrà stabilire come risarcimento una somma forfettaria calcolata in base ad elementi come l’importo dei diritti dovuti per l’utilizzo lecito del segreto commerciale a seguito di autorizzazione.

 

Nicola Petito

Studio Tabellini

Direttiva 943_2016_Eu_Know_how_segreto_commerciale

Rapporto della Commissione europea sul settore del commercio elettronico del 15 settembre 2016

Nel maggio del 2015, la Commissione europea ha avviato un’indagine di settore sul commercio elettronico di beni di consumo e di contenuti digitali, nell’ambito della strategia per un mercato digitale unico. Gli obiettivi dell’indagine erano di delineare il quadro delle tendenze di mercato e di individuare le problematiche di concorrenza presenti sui mercati europei, evidenziando le potenziali barriere alla libera concorrenza e le pratiche commerciali potenzialmente restrittive della stessa. Uno degli scopi prefissati della relazione era di costituire un incentivo per le imprese a rivedere i loro contratti di distribuzione in essere e a conformarli, se necessario, alle norme dell’Unione Europea in materia di concorrenza.

I risultati dell’indagine, frutto dell’analisi dei dati di circa 1.800 imprese e di circa 8.000 contratti di distribuzioni, provenienti da operatori di e-commerce di numerosi settori merceologici, sono stati pubblicati nella relazione preliminare del 15 settembre 2016, qui allegata.

Risultati principali

La relazione preliminare della Commissione si concentra dapprima su alcuni dati statistici riguardanti il settore del commercio elettronico. In particolare, emerge come l’Unione europea sia il più grande mercato mondiale per il settore del commercio elettronico, con una tendenza attuale di ulteriore crescita, con una percentuale di persone tra i 16 e i 17 anni che ha ordinato beni o servizi su internet cresciuta dal 30% del 2007 al 53% del 2013.

In secondo luogo, la relazione si focalizza sulla questione della trasparenza. In particolare, emerge come la particolare “struttura” che caratterizza il commercio elettronico, ampliando le scelte dei consumatori e la loro capacità di trovare le offerte migliori, fornisca un rilevante stimolo alla trasparenza e alla concorrenza sui prezzi. Lo stesso fenomeno si osserva sul versante dell’offerta: la relazione rileva, ad esempio, che oltre la metà dei venditori al dettaglio segue i prezzi dei concorrenti e la grande maggioranza reagisce alle loro variazioni di prezzo.

Infine, la relazione individua anche alcune delle pratiche commerciali potenzialmente limitative della libera concorrenza online, sia in tema di vendita di beni di consumo sia di contenuti digitali.

 

Vendita online di beni di consumo

E’ emerso come la reazione dei produttori alla crescita del commercio elettronico e alla conseguente maggiore trasparenza nel mercato sia stata caratterizzata dall’adozione di una serie di pratiche finalizzate ad un più stretto controllo della distribuzione dei loro prodotti. I produttori, infatti, adottano più frequentemente sistemi di distribuzione selettiva in cui i prodotti possono essere venduti soltanto da rivenditori autorizzati preselezionati e sempre più spesso vendono i loro prodotti direttamente ai consumatori online (il 64% dei produttori dichiara di aver aperto il proprio negozio online come conseguenza della crescita dell’e-commerce).

La relazione ha costatato, inoltre, che i produttori applicano sempre più spesso restrizioni contrattuali delle vendite nei loro accordi di distribuzione. Riguardo ai venditori al dettaglio, è emerso che:

- oltre due su cinque ricevono dai produttori una qualche forma di raccomandazione o di restrizione sui prezzi;

- circa uno su cinque è soggetto a restrizioni contrattuali per la vendita sulle piazze online;

- circa uno su dieci è soggetto a restrizioni contrattuali per l’offerta di siti di comparazione dei prezzi;

- oltre uno su dieci riferisce che i suoi fornitori impongono restrizioni contrattuali alle vendite transfrontaliere.

In generale, la Commissione ha rilevato come le sempre più frequenti restrizioni contrattuali delle vendite possano, in determinate condizioni, limitare gli acquisti online, danneggiando conseguentemente i consumatori che, di fatto, non riescono a beneficiare di una scelta più ampia e di prezzi più bassi nel commercio elettronico. Per questo motivo, dunque, la Commissione europea, in futuro, potrebbe investigare suddette pratiche per verificarne la compatibilità con le regole europee in tema di concorrenza.

 

Contenuti digitali

La disponibilità di licenze da parte dei detentori di diritti d’autore sui contenuti è essenziale per i fornitori di contenuti digitali e rappresenta un fattore determinante per la concorrenza sul mercato.

La relazione ha rilevato che gli accordi di licenza sui diritti d’autore sono complessi e spesso esclusivi. Tali accordi spesso impongono ai fornitori di contenuto digitale condizioni stringenti circa le tecnologie e modalità di distribuzione che possono utilizzare e anche circa i territori su cui possono operare. Quest’ultimo tema in particolare, il cosiddetto geo-blocking, un sistema attraverso cui la fruizione di un contenuto digitale è limitata sulla base di un fattore territoriale, è stato affrontato con attenzione nell’indagine della Commissione europea. Dai primi risultati pubblicati nel marzo 2016 è risultato come il geo-blocking sia una pratica ampiamente diffusa nel commercio elettronico in tutto il territorio dell’Unione, soprattutto per quanto riguarda i contenuti digitali. Oltre il 60% degli accordi di licenza presentati da titolari di diritti è limitato al territorio di un unico Stato membro. Quasi il 60% dei fornitori di contenuto digitale che hanno partecipato all’indagine ha convenuto contrattualmente con i titolari dei diritti di applicare il geo-block.

Le clausole contrattuali di geo-blocking possono limitare fortemente la concorrenza nel mercato unico europeo in violazione della normativa europea antitrust. In questi casi, però, è necessario svolgere un indagine specifica per verificare la eventuale sussistenza di valide ragioni giustificatrici del blocco territoriale del contenuto digitale.

 

La consultazione pubblica

La relazione preliminare è stata sottoposta a una consultazione pubblica per un periodo di due mesi. Le parti interessate sono invitate a presentare osservazioni sui risultati dell’indagine settoriale o informazioni complementari e a sollevare ulteriori questioni.

La Commissione prevede di pubblicare la relazione finale nel primo trimestre del 2017.

Nicola Petito

                                                                                                                      Studio Tabellini

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Contratti di distribuzione con mandanti tedeschi – German Federal Court BGH February 25, 2016

In Germania la Corte Suprema ha recentemente statuito che il distributore non tedesco, ma appartenente ad uno stato aderente all’Unione Europea, che operi nell’Unione Europea per conto di un mandante tedesco in virtù di un contratto assoggettato alla legge tedesca, può aver diritto alla indennità di cessazione del rapporto di distribuzione, alla stessa stregua di quanto avviene per chi operi all’interno della Germania.

Pubblichiamo un riepilogo della sentenza, illustrato dal LWG di Iucab nel corso della riunione delli 9/9/2016 a Stoccolma, cui questo Studio ha partecipato.

Sentenza Corte Suprema tedesca 25_2_16

Il Decreto Legge n. 59 del 3 maggio 2016: le novità introdotte in tema di garanzie per la concessione del credito, procedure concorsuali ed espropriazione forzata

Il Decreto Legge n. 59 del 3 maggio 2016, rubricato “Disposizioni urgenti in materia di procedure esecutive e concorsuali, nonché a favore degli investitori in banche in liquidazione”, è stato convertito con la Legge n. 119 del 30 giugno 2016.

Il Legislatore è così intervenuto in molti ambiti, dalle procedure concorsuali, all’espropriazione forzata, passando per la codificazione di nuove garanzie concedibili dalle imprese alle banche, per agevolare l’apertura di nuove linee di credito.

La maggiore novità del Decreto è rappresentata da queste ultime misure, finalizzate a rendere più snelle e garantite le operazioni di finanziamento alle imprese. A tal fine, sono stati codificati il “pegno non possessorio” (art. 1 del D.L. 59/2016) e il patto marciano (art. 2 del D.L. 59/2016).

Il primo istituto è il contratto da concludersi per iscritto, a pena di nullità, con il quale un soggetto iscritto nel registro delle imprese per garantire un credito concesso a lui o ad un terzo può costituire pegno sui beni mobili, anche immateriali, destinati all’impresa, ad esclusione dei beni mobili registrati, siano essi esistenti o futuri, o determinati e determinabili, senza dover farne consegna al creditore, diversamente da quanto prima d’ora imposto dalla legge (art. 2786 Cod. Civ.). Al verificarsi di un evento che determina l’escussione del pegno, poi, il garantito potrà, previo avviso scritto al datore della garanzia: i) procedere alla vendita del bene dato in pegno; ii) escutere i crediti oggetto di pegno; iii) concedere il bene in locazione; iv) appropriarsi dei beni in pegno fino a concorrenza della somma garantita.

Il secondo istituto contemplato nella legge in esame (il patto marciano) è un contratto tra la banca finanziatrice e l’impresa finanziata avente ad oggetto il trasferimento alla banca di un bene immobile – di proprietà dell’impresa debitrice o di un terzo – sospensivamente condizionato all’inadempimento del mutuatario. L’immobile oggetto del patto può essere di qualunque genere, ad esclusione dell’immobile adibito ad abitazione principale del proprietario, del coniuge o di suoi parenti e affini entro il terzo grado.

Glie elementi peculiari di questa forma negoziale sono evidenti: in caso di inadempimento, l’immobile diviene senz’altro di proprietà della banca, che potrà tenerlo oppure venderlo direttamente per compensare il proprio credito con il ricavato della vendita, senza dover avviare una procedura esecutiva immobiliare. L’eventuale differenza tra il valore di stima e l’ammontare del debito inadempiuto e delle spese di trasferimento, poi, dovrà essere obbligatoriamente corrisposto dal creditore al proprietario.

Il Legislatore è altresì intervenuto sulle disposizioni in materia di espropriazione forzata, modificando il contenuto necessario per l’atto di pignoramento, riducendo il termine per l’opposizione ex art. 615, comma 2, Cod. Proc. Civ. e introducendo l’obbligo di provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo per le somme non contestate, anche in presenza di opposizione (art. 4 del D.L. 59/2016).

Tra le modifiche minori attuate dal Legislatore va annoverato anche l’intervento sulla Legge fallimentare, dove sono state introdotte alcune disposizioni volte a velocizzare le procedure concorsuali, tra cui la possibilità rispettivamente per il giudice delegato ed il tribunale di disporre lo svolgimento in via telematica delle udienze e delle adunanza dei creditori in ragione del numero di creditori e dell’entità del passivo (art 6 del D.L. 59/2016).

 

Nicola Petito

Studio Tabellini

I trent’anni della direttiva 86/653/CEE

In occasione del trentennio dalla entrata in vigore della direttiva 86/653/CEE del Consiglio della Comunità Economica Europea relativa al coordinamento dei diritti degli stati membri concernenti gli agenti commerciali indipendenti, pubblichiamo un elenco delle sentenze della Corte di Giustizia che l’hanno interpretata, con le relative massime.

Direttiva 86 653 CEE

Nuovo Regolamento Comunitario Privacy Reg.to UE 2016/679

Il 4/5/2016 è stato pubblicato il Nuovo Regolamento Europeo sulla privacy (Regolamento UE 2016/679).

Il Regolamento introduce nuove regole a protezione della privacy, è obbligatorio ed è direttamente applicabile in tutti gli Stati membri.

Per quanto riguarda l’Italia, sostituisce il Codice della Privacy (D.lgs 146/2003).

Esso si applicherà a decorrere dal 25 maggio 2018.

Regolamento UE 2016_679

Il concetto di “nuovo cliente” nell’indennità di cessazione del rapporto di agenzia secondo la Corte di Giustizia europea

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea con la sentenza del 7 aprile 2016 (causa C-315/14), è intervenuta nuovamente sul contratto di agenzia, affrontando una questione concernente l’interpretazione dell’art. 17, par. 2, lett. a, della Direttiva 86/653. Tale disposizione prevede che l’agente per avere diritto alla corresponsione dell’indennità di portafoglio clienti a seguito della cessazione del rapporto debba aver procurato “nuovi clienti” al preponente; ed è proprio l’interpretazione di questo concetto ad essere al centro della pronuncia in esame.

La questione è approdata dinanzi ai giudici europei a seguito del rinvio pregiudiziale operato dalla Corte di Cassazione Federale tedesca. I giudici tedeschi, infatti, ritenevano necessario un chiarimento in ordine alla compatibilità tra l’art. 17, par. 2, lett. a, della Direttiva 86/653 e la norma nazionale (Paragrafo 89b(1) Codice del Commercio tedesco) in virtù della quale lo sviluppo significativo da parte dell’agente dei rapporti commerciali con un cliente già esistente permette di considerare lo stesso, da un punto di vista economico, come “nuovo cliente”.

La Corte di Giustizia Europea si è espressa con favore verso questa interpretazione in considerazione delle finalità della Direttiva 86/653. Tale strumento normativo, infatti, è stato predisposto al fine di garantire un maggior grado di tutela all’agente nei confronti del preponente. Alla luce di ciò, a parere dei giudici non sarebbe plausibile interpretare l’espressione “nuovi clienti” in maniera restrittiva. Per questo motivo la normativa tedesca è da considerarsi priva di ogni profilo di incompatibilità con il diritto europeo. Nello specifico, nel caso in cui “conformemente ai termini del proprio contratto di agenzia, l’agente commerciale sia incaricato di trattare la vendita di un segmento della gamma di merci del preponente e non della gamma intera, la circostanza che un soggetto intrattenesse già rapporti commerciali con il preponente stesso con riguardo ad altre merci non esclude che essa possa essere considerato quale nuovo cliente acquisito dall’agente commerciale, qualora questi, grazie ai propri sforzi, sia riuscito a porre in essere rapporti commerciali tra il soggetto in questione e lo stesso preponente con riguardo alle merci di cui gli sia stata affidata la vendita”.

La Corte, però, in conclusione osserva che il fatto che tali soggetti fossero già in rapporti commerciali con il preponente può avere rilevanza nella determinazione del quantum dell’indennità, ove sia provato che l’agente abbia goduto di un vantaggio determinato dai pregressi rapporti commerciali tra preponente e clienti.

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato:

Corte Giustizia Europea 7_4-16_art_17_2_italiano