L’estensione della disciplina del lavoro subordinato ai co.co.co etero-organizzati: i chiarimenti della circolare 3/2016 del Ministero del Lavoro

Il Ministero del Lavoro con la circolare n. 3 del 2016 ha fornito le prime istruzioni interpretative relative all’art. 2 del D. Lgs. n. 81 del 2015, in tema di collaborazioni lavorative organizzate dal committente.

L’art. 2, comma 1, del D. Lgs. 81/2015 dispone che, a partire dal 1° gennaio 2016, alle collaborazioni “esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione  sono  organizzate  dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro” si applichi la disciplina del rapporto di lavoro subordinato.

Le collaborazioni che avranno dette caratteristiche godranno pertanto di ogni istituto, sia legale sia contrattuale, tipico del lavoro subordinato, ad esempio trattamento retributivo, inquadramento previdenziale, orario di lavoro, tutele previste per i licenziamenti illegittimi, ecc.

La Circolare sintetizza nel concetto di etero-organizzazione le condizioni necessarie affinché la norma di legge produca questo effetto. E ne ravvisa la ricorrenza allorchè:

i)             il rapporto sia continuativo, ovverosia deve “ripetersi in un determinato arco temporale al fine di conseguire una reale utilità”;

ii)            le prestazioni abbiano natura personale, ovverosia siano “svolte personalmente dal titolare del rapporto, senza l’ausilio di altri soggetti”;

iii)           le prestazioni siano organizzate dal committente, almeno per quanto riguarda “i tempi e il luogo di lavoro”.

La Circolare chiarisce, inoltre, che il Legislatore non dispone una riqualificazione formale della collaborazione organizzata dal committente in un rapporto di lavoro subordinato, anche se l’estensione delle norme tipiche del lavoro subordinato ad un diverso rapporto ne determina una riqualificazione sostanziale.

La Circolare si occupa altresì della disposizione contenuta nel comma 2 dell’art. 2 del D. Lgs. 81/2015, dove il Legislatore ha stabilito che determinate collaborazioni sono escluse dal disposto del comma precedente sebbene integrino il requisito dell’etero-organizzazione.

Le collaborazioni in questione sono quelle disciplinate da accordi collettivi nazionali, quelle che richiedono l’iscrizione ad albi professionali, quelle relative a funzioni di amministrazione e controllo di società e, infine, quelle rese ai fini istituzionali in favore di società sportive dilettantistiche affiliate a federazioni riconosciute dal CONI.

Il Ministero precisa che in tal caso la qualificazione della collaborazione in termini di subordinazione rimane possibile, ma a tal fine non è sufficiente il requisito della etero-organizzazione, è necessario che sia ravvisabile una vera e propria etero-direzione ai sensi dell’art. 2094 cod. civ.

 

Nicola Petito

Studio Tabellini

     ML_Cir.n. 2-2016

Illecito penale con sanzioni pecuniarie civili: la novità del D. lgs. 15.1.2016, n. 7

Il Governo ha varato due decreti legislativi, n. 7 e n. 8 del 15.1.2016, in attuazione della legge delega in materia di depenalizzazione. La portata innovativa di queste norme, in vigore dal 6 febbraio 2016, ha ripercussioni di rilievo anche in ambito civilistico.

L’art. 4 del D. lgs. 7/2016, in particolare, depenalizza alcune condotte, che vengono sanzionate civilmente attraverso una sanzione pecuniaria che sostituisce la sanzione penale. Il giudice adito in sede civile per il risarcimento del danno cagionato dalla condotta depenalizzata, in presenza di dolo, può condannare il convenuto non soltanto a risarcire la vittima danneggiata, ma anche al pagamento di una sanzione pecuniaria.

La vittima della condotta depenalizzata, infatti, può rivolgersi al giudice civile per chiedere il risarcimento del danno ingiustamente patito. Il giudice civile, qualora accerti la responsabilità ex art. 2043 C.C. e accolga la domanda risarcitoria, in presenza di dolo è tenuto a irrogare una sanzione pecuniaria civile, che sarà incassata dall’erario dello Stato.

L’importo di tale sanzione è determinato discrezionalmente dal giudice, che, ai sensi dell’art. 5 del D. lgs. 7/2016, deve considerare:

  • la gravità della violazione;
  • la reiterazione dell’illecito (da valutarsi alla luce dei presupposti di cui al successivo art. 6);
  • l’arricchimento del soggetto responsabile;
  • l’opera svolta dall’agente per eliminare o attenuare le conseguenze della propria condotta illecita;
  • la personalità dell’agente;
  • le condizioni economiche dell’agente.

Il processo, pur prevedendo l’irrogazione di una sanzione pecuniaria, si svolge nelle forme del processo civile. Il processo, dunque, è introdotto mediante atto di citazione. La sanzione pecuniaria civile non può essere irrogata qualora l’atto introduttivo del giudizio sia stato notificato nelle forme di cui all’art. 143 c.p.c., e dunque a persona irreperibile, salvo in caso di successiva costituzione del convenuto oppure qualora risulti con certezza che egli abbia avuto conoscenza del processo.

In presenza di concorso di persone nella condotta, ciascuno dei concorrenti soggiace all’applicazione dell’intera sanzione civile: benché la sanzione abbia natura civilistica, la natura sanzionatoria è prevalente e non siamo in presenza di una forma di solidarietà passiva.

Per un elenco completo delle condotte depenalizzate, si guardi all’art. 4 dell’allegato D.lgs.7 del 15.1.2016.

Irene Moccia
Studio Tabellini

Garanzie minime per la certificazione del titolo esecutivo europeo: l’opinione della Corte di Giustizia

La Corte di Giustizia Europea ha avuto modo di pronunciarsi per la prima volta sull’art. 19 del Regolamento CE n. 805/2004, che istituisce e disciplina il titolo esecutivo europeo per i crediti non contestati.  Una decisione giudiziaria relativa ad un credito non contestato, infatti, può essere certificata come titolo esecutivo europeo in qualunque momento, con istanza al giudice che l’ha emanata, a determinate condizioni.

L’art. 19, in particolare, prevede alcune garanzie di difesa per il debitore che non abbia potuto contestare il credito per cause a lui non imputabili. Si tratta di un nucleo minimo di garanzie di difesa del debitore, la cui sussistenza è requisito necessario affinché lo status di titolo esecutivo europeo possa essere attribuito a decisioni emanate dalle autorità giudiziarie degli Stati membri della U.E.

Segnatamente, l’art. 19 del Reg. 805/2004 dispone che una decisione può essere riconosciuta come titolo esecutivo europeo soltanto se il debitore, conformemente alla legislazione interna del Paese nel quale la decisione è emanata, possa ottenerne il riesame nel caso in cui:

-          la notificazione della domanda giudiziale non sia stata effettuata in tempo utile a consentirgli di presentare le proprie difese, o

-          non abbia avuto la possibilità di contestare il credito per causa di forza maggiore o per circostanze eccezionali, dipendenti da ragioni a lui non imputabili.

La Corte di Appello di Anversa, dovendo decidere se una decisione del giudice di primo grado potesse essere certificata come titolo esecutivo europeo, si è interrogata sull’effettiva presenza delle garanzie  ex art. 19 nell’ordinamento belga. E’ sorta così la questione pregiudiziale di interpretazione di quella norma, risolta dalla Corte di Giustizia con la sentenza C-300/2014.

In particolare, il giudice belga ha chiesto alla Corte Europea di interpretare il citato art. 19 del Reg. 805/2004 e di chiarire quali siano le garanzie minime per il debitore occorrenti per poter certificare la sussistenza di un titolo esecutivo europeo.

La Corte di Giustizia, innanzitutto, ha chiarito che gli Stati membri non sono inderogabilmente obbligati ad adeguare il proprio ordinamento interno ai dettami del Reg. 805/2004, giacché la mancanza di una procedura di riesame della decisione non costituisce una violazione dei trattati ma soltanto impedisce alla decisione stessa di essere certificata come titolo esecutivo europeo.

La stessa Corte ha poi aggiunto che per procedura di riesame ex art. 19 si deve intendere un mezzo di ricorso tale da consentire un riesame completo della decisione, che non si limiti dunque al solo punto di diritto. Tale procedura deve essere prevista non soltanto nel caso di mancata conferma del ricevimento delle notifiche al debitore, ma anche qualora il debitore non abbia potuto contestare il credito, per cause di forza maggiore o per circostanze eccezionali, a lui non imputabili.

La normativa belga consente al debitore contumace di ricorrere contro la decisione che ne accerta il debito, entro un mese dalla notifica di tale provvedimento.

La Corte di Giustizia ha ritenuto tale rimedio inadeguato a garantire la piena difesa del debitore, giacché  il termine a favore del debitore per domandare il riesame della decisione decorre dal momento dell’eseguita notifica anziché da quello in cui il debitore ne ha preso effettiva conoscenza.

Infine la Corte di Giustizia ha precisato che soltanto il giudice che ha emanato la decisione può certificarla quale titolo esecutivo europeo. Il diritto nazionale può attribuire al cancelliere soltanto la competenza al rilascio del certificato corrispondente.

Irene Moccia
Studio Tabellini

sentenza c-300.14

Investire in Iran: la disciplina del “Foreign Investment Promotion and Protection Act” (FIPPA)

Con l’avvicinarsi dell’Implementation Day del JCPOA, ossia del momento in cui avrà inizio il processo di progressiva revoca delle sanzioni economiche imposte nei confronti dell’Iran, giova enucleare gli aspetti centrali della “Legge iraniana sulla promozione e la protezione degli investimenti stranieri” (di cui si riporta il testo integrale in allegato), al fine di comprendere quali siano la disciplina normativa e le procedure a cui chi vorrà investire nel Paese andrà incontro.

L’elemento centrale della normativa è far sì che l’investitore straniero che rispetti le condizioni e gli adempimenti previsti dalla stessa Legge ottenga il medesimo trattamento di un investitore locale (Articolo 8).

Secondo quanto disposto dal FIPPA, gli investimenti stranieri che ne rispettino i requisiti e siano autorizzati non possono essere espropriati se non per ragioni di pubblica utilità e a condizione di una appropriata compensazione basata sul reale valore dell’investimento al momento dell’espropriazione (Articolo 9).

La Legge prevede, altresì, regole relative al trasferimento dei capitali d’investimento e dei relativi frutti. A tal proposito, la Normativa in esame dispone che il capitale originato e i profitti maturati possano essere rimpatriati a condizione che sia rispettata la procedura prevista dall’articolo 13. La stessa disciplina è osservata per i dividendi risultanti dagli investimenti stranieri (Articolo 14).

Chi voglia investire, affinché il proprio investimento sia ammesso ai sensi del FIPPA, deve ottenere la “licenza di investimento” prevista dall’Articolo 6. All’uopo deve presentare una domanda all’OIETAI (“Organization for Investment Economic and Technical Assistance of Iran”). L’investimento, per essere autorizzato, deve avere i seguenti requisiti: i) deve comportare crescita economica, promuovere la tecnologia, aumentare le opportunità di occupazione, le esportazioni e la qualità dei prodotti; ii) non deve minacciare la sicurezza nazionale, gli interessi pubblici, l’ambiente o l’economia nazionale o gli effetti degli investimenti domestici; iii) non deve risultare in monopolio; iv) infine, l’indice dato dal valore delle merci e servizi prodotti dagli investimenti esteri oggetto di questa legge rapportato al valore di merci e servizi del mercato locale non deve superare il 25% di ciascun settore e il 35% di ciascun sottosettore (Articolo 2). FIPPA_ENGLISH

  Nicola Petito

Studio Tabellini

Garanzia della consistenza del patrimonio della società e validità dei patti parasociali di rinunzia all’azione di responsabilità sociale

Con la sentenza n. 19193 del 14 luglio 2015, il Tribunale di Roma si è espresso relativamente alla questione della garanzia sulla consistenza del patrimonio sociale in caso di vendita di partecipazioni sociali o azioni e relativamente ai patti parasociali aventi ad oggetto la rinuncia ad esercitare l’azione di responsabilità verso gli amministratori.

Per quanto concerne la prima questione, il Tribunale ha rilevato che non vi è alcuna norma che imponga al cedente di una partecipazione societaria un obbligo di prestare garanzie riguardo l’idonea consistenza del patrimonio della società a cui le partecipazioni si riferiscono. Secondo i Giudici, invero, la clausola contrattuale che escluda espressamente la prestazione di siffatta garanzia non è sanzionata dalla legge con nullità. Le ragioni addotte dal Tribunale a sostegno di tale tesi si basano sul fatto che in caso di cessione di partecipazioni sociali in genere l’oggetto è la partecipazione sociale in sé e per sé considerata, mentre il patrimonio sociale che essa rappresenta è solo oggetto mediato di tale contratto. Per questi motivi, nel caso in cui emergano problematiche in ordine alla consistenza del patrimonio societario, è possibile ottenere la risoluzione contrattuale esclusivamente laddove il cedente avesse prestato specifica garanzia contrattuale a tal proposito.

In conclusione, non vi sono norme che tutelino l’acquirente di partecipazioni sociali in ordine al patrimonio della società, una siffatta tutela potrebbe intervenire solo ove all’uopo si fosse indirizzata l’autonomia negoziale della parti.

Con lo stesso provvedimento, il Tribunale ha affrontato la questione relativa alla nullità del contratto in caso di pattuizione per cui i soci si impegnano nei confronti di un terzo, socio uscente ed ex amministratore unico della società, a non esercitare l’azione di responsabilità sociale.

Suddetto profilo si presenta ricco di interesse, soprattutto in considerazione del consolidato orientamento in senso opposto della giurisprudenza di legittimità. La Suprema Corte, invero, considera affetti da nullità i patti finalizzati a precludere in capo ai soci l’esercizio dell’azione di responsabilità sociale (si veda, a tal proposito, Cass. 7030/1994; Cass. 10869/99; Cass. 1241/2007 e 10215/2010). Le ragioni che hanno indotto la Suprema Corte a consolidare in siffatta maniera il proprio orientamento trovano le basi sulla supposta illiceità dei motivi comuni alle parti del patto parasociale. Nella pronuncia numero 10215 del 2010, per esempio, la Cassazione ha affermato che: «[i]l patto parasociale che impegna i soci a votare in assemblea contro l’eventuale proposta di intraprendere l’azione di responsabilità sociale nei confronti degli amministratori, non è contrario all’ordine pubblico, ma agli art. 2392 e 2393 c.c., i quali non pongono principi aventi tale carattere, ma sono norme imperative inderogabili, con conseguente nullità del patto, in quanto avente oggetto (la prestazione inerente alla non votazione dell’azione di responsabilità) o motivi comuni illeciti (perché la clausola mira a far prevalere l’interesse di singoli soci che, per regolamentare i propri rapporti, si sono accordati a detrimento dell’interesse generale della società al promovimento della detta azione, dal cui esito positivo avrebbe potuto ricavare benefici economici); né l’estensione della nullità all’intero negozio e la conversione del negozio nullo, di cui agli art. 1419 e 1424 c.c., implicano la violazione dell’ordine pubblico, in quanto l’istituto della nullità non è, di per sé, di ordine pubblico, potendo solo alcune sue ipotesi essere generate dalla violazione di tali principi.» (in Giur. comm. 2011, 4, II, 802)

Pronunce di tale ordine non sembrano dare alcuno spazio di manovra in questo ambito. Le parole della Suprema Corte sono chiare e confermano un orientamento ormai consolidato. Ed è proprio alla luce di tale situazione che la pronuncia del Tribunale di Roma acquista una notevole rilevanza.

Secondo i Giudici del Tribunale capitolino, infatti, suddetto accordo ha la natura di patto parasociale e sarebbe invalido solo ove avesse ad oggetto la rinunzia preventiva all’esercizio di un azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore per condotte successive allo stesso patto. Tale accordo, invece, non presenterebbe alcun profilo di invalidità ove statuisse, come effettivamente accadeva nella controversia oggetto della pronuncia, l’obbligo di non votare l’azione di responsabilità dell’amministratore che, in conseguenza della cessione della propria partecipazione sociale, cessasse di ricoprire tale carica.

Nello specifico, a parere del Tribunale, nel primo caso si paleserebbe una situazione non compatibile con il modello di gestione disposto dagli artt. 2392 e 2393 cod. civ. e si sostanzierebbe, altresì, una violazione dell’art. 1229, ove statuisce che “[è] nullo qualsiasi patto che esclude o limita preventivamente la responsabilità del debitore per dolo o per colpa grave.” Viceversa, i giudici ritengono che suddette criticità non emergano nel secondo caso, ovverosia ove venga pattuito di non votare l’azione di responsabilità del socio uscente alla conclusione della sua gestione societaria.

Nicola Petito

Studio Tabellini

L’Iran dopo l’Accordo: la svolta per l’”oro” di Teheran

L’anno che si appresta a terminare potrebbe essere ricordato come il primo di un nuovo importante ciclo per quanto riguarda i rapporti economici tra Repubblica Islamica dell’Iran e Comunità internazionale. Il 14 luglio scorso, infatti, dopo un lungo e complesso percorso di trattative diplomatiche, è stato siglato a Vienna il “Joint Comprehensive Plan of Action” (JCPOA). Con questo Accordo è stato posato il primo tassello di un processo che, se tutte le congiunture dovessero essere positive, potrebbe portare enormi vantaggi. Da un lato, invero, l’Iran potrebbe acquisire i requisiti necessari per affermarsi quale nuova economia emergente sul piano economico globale, dall’altro lato, gli Stati assisterebbero ad un notevole incremento delle opportunità di investimento nel Paese. Non che queste ultime fossero finora precluse, però il complesso sistema di sanzioni economiche – con il conseguente divieto di stipulare contratti con precisi soggetti e relativi a determinati beni – certamente non facilitava le relazioni commerciali con l’Iran. E’ da considerarsi, tuttavia, che l’industria italiana è storicamente attratta dal mercato iraniano, nonostante le evidenti complessità e le problematiche operative, è sempre stata fortemente insediata all’interno del territorio: si pensi che nel 2010, anno a dir poco “problematico” per quanto riguarda i rapporti tra Iran e Comunità internazionale, la presenza di aziende italiane sul territorio era di 1000 unità. Anche in considerazione di questo aspetto, dopo la stipula dell’Accordo di Vienna, le prospettive per il nostro Paese non possono che essere aumentate in maniera evidente. La progressiva eliminazione delle sanzioni e la conseguente maggiore semplicità di procedure e controlli, insieme al generale migliorato clima di relazioni diplomatiche garantiranno una maggiore facilità alle relazioni commerciali tra l’Iran e il resto del mondo. Ed è in questo ambito che l’Italia dovrebbe inserirsi senza timore, forte anche dell’eccellente rapporto di amicizia che storicamente caratterizza le due nazioni.
La ripresa del dialogo tra Repubblica Islamica dell’Iran e Comunità internazionale può essere definita senza alcuna remora come un evento “storico”. Sino a pochi anni fa le posizioni erano quanto mai distanti, un accordo che permettesse all’Iran di aprirsi al mondo, infatti, era considerato improbabile, se non addirittura impossibile. Finalmente il Paese persiano ha cessato il suo periodo di isolamento dal resto del mondo e si appresta ad avviare un nuovo processo di sviluppo economico, schiudendo un ampio novero di possibilità commerciali per chi vorrà profittarne.
Gli aspetti che depongono a favore di una forte crescita dell’Iran sono molteplici. Tra di essi, un vantaggio determinante è rappresentato dalla composizione demografica del Paese: il 71% della
popolazione è compresa nella fascia di età 15-64 anni, mentre solo il 5% rientra nella fascia degli ultra-sessantacinquenni, si tratta, dunque, di una nazione molto giovane, prevalentemente in età lavorativa e tendenzialmente propensa al consumo.
I settori dell’economia dove è possibile intervenire con successo sono svariati. Innanzitutto, vanno considerati i pilastri dell’economia iraniana, ovverosia il settore agricolo ed il settore energetico. Il primo è essenziale poiché costituisce la base sia della fiorente industria agro-alimentare sia della rinomata produzione di tappeti.
Il settore di maggiore rilevanza, però, è quello energetico. Le riserve petrolifere e di gas a disposizione del paese sono considerevoli, stimate come le seconde al mondo. In questo ambito, pertanto, possono essere numerose le possibilità di relazioni commerciali. L’industria necessita di macchinari, componenti, semilavorati e prodotti chimici che, spesso, le aziende iraniane non sono in grado di produrre. La composizione dell’export italiano verso l’Iran, infatti, è costituita per gran parte da prodotti dell’industria meccanica, in particolare macchinari in grado di produrre energia meccanica, macchinari per la lavorazione delle materie plastiche, macchine da miniera, cava e cantiere. E’ da considerare che in questo ambito l’Iran è tecnologicamente arretrato rispetto al resto del mondo: durante il periodo di isolamento, tecnologie e materiali sono divenuti spesso obsoleti. A tal proposito, pertanto, un mercato interessante dove potrebbe essere relativamente semplice e al contempo molto fruttuoso inserirsi sarebbe quello dell’ammodernamento e dell’incremento dei fattori tecnologicamente avanzati. In tale opera le aziende italiane potrebbero sicuramente svolgere un ruolo determinante, affermandosi come protagoniste e contribuendo alla crescita dell’industria iraniana e alla sua competitività su scala internazionale. Queste rappresentano solamente le principali opportunità di investimento in Iran, tra le tante altre se ne potrebbero evidenziare ancora alcune come, per esempio, la costruzione di nuove infrastrutture, l’esportazione di beni durevoli e strumentali, i settori delle telecomunicazioni e dell’informatica e, infine, il mercato del lusso.
E’ plausibile che la progressiva rimozione delle sanzioni produrrà effetti benefici per l’export italiano, il fatturato godrà degli effetti positivi del nuovo disteso clima e l’Iran vivrà un boom economico divenendo un mercato di primaria rilevanza per le industrie italiane. Naturalmente, affinché questo scenario futuribile diventi realtà concreta, è necessario che tutto vada per il meglio: l’Iran deve continuare nell’opera di smantellamento del programma nucleare, così da ottenere in tempi rapidi la rimozione delle sanzioni, e i dubbi dovuti a instabilità e differenze culturali devono essere fugati. Se tutto ciò dovesse accadere, l’Iran potrebbe divenire destinatario
di grandi flussi di export e investimenti da parte di numerose aziende estere: la competizione tra gli Stati desiderosi di cogliere questa stimolante opportunità è già cominciata.
La strada è ancora lunga e costellata di ostacoli, ma i momenti più difficili paiono ormai passati. Con la stipula del Trattato di Vienna è stato avviato un processo grandioso a cui l’industria italiana non può permettersi di mancare. Per sfruttare appieno le opportunità che tale nuovo scenario economico internazionale schiuderà ai nostri imprenditori sarà necessario un costante impegno e, altresì, non dovrà mancare il convinto supporto delle istituzioni alle opere strategiche di investimento. L’Italia può e deve essere protagonista con l’eccellenza e i valori che da sempre gli sono riconosciuti nel mondo.

Nicola Petito

Studio Tabellini

Cassazione Civile n. 19300/2015

Non integra l’ipotesi di giusta causa di recesso da parte dell’agente il comportamento della mandante che receda, nell’esercizio di un suo specifico diritto, dai contratti dallo stesso procurati.

Con la decisione in commento, la Suprema Corte ha affermato che il recesso ad nutum operato dalla mandante dai contratti conclusi grazie all’attività dell’agente, diritto, tra l’altro, espressamente previsto dagli stessi contratti, non costituisce violazione dell’obbligo del preponente di agire con correttezza e buona fede nei confronti dell’agente.

La Cassazione ha infatti rilevato che, nel rapporto di agenzia, sul preponente non grava un obbligo di tutela dell’interesse del procacciatore-agente mediante la imposizione di regole di conservazione dei contratti procurati, a garanzia dell’interesse e dell’immagine di colui che abbia concorso a procurarli.

Nell’ambito della medesima sentenza, la Suprema Corte si è altresì espressa nel senso di non ritenere vessatoria, in quanto non rientrante in alcuna delle ipotesi di cui all’art. 1341 c.c., co. II,  la clausola di stabilità quinquennale con la quale l’agente si sia obbligato alla restituzione di importi ricevuti non conguagliati, in caso di recesso entro sessanta mesi dalla costituzione del rapporto.Cass. 19300_2015

Foreign judgements’ enforcement in U.S.A.: the opinion of the Court of Appeals for the Fifth Circuit

Will U.S.A. Courts enforce judgments obtained in other countries? In the recent DeJoria vs Maghreb Petroleum Exploration, S.A., – Mideast Fund For Morocco, Ltd case, the 5th Federal Circuit Court of Appeals discusses how U.S.A. Courts should review foreign judgments.

The case arose from a petition by two Moroccan  companies seeking to enforce in Texas a judgment rendered against John Paul DeJoria Texas citizen, major investor in an American company engaged in oil explorations and technology projects in Morocco. The suit to enforce, originally filed in a Texas national District Court, was transferred to a Federal District Court because of diversity of citizenship between parties.

The enforcement of foreign judgements in Texas is governed by the Texas Recognition Act., that establish a general  principle of recognition of foreign judegments, “conclusive between the parties” and “enforceable in the same manner as a judgement of a sister state that is entitled to full faith and credit.” There are also ten statutory grounds for non-recognition, available to the party seeking to avoid foreign judgment’s enforcement in Texas. The judgement debtor has to meet the burden of proof the existence of one of these grounds. ( Section 36.005-a and Section 36.005-b). Mr. DeJoria asserts that Moroccan judicial system does not provide due process and the Moroccan court lacked personal jurisdiction. These two grounds are both included in Section 36.005 list of non- recognition mandatory grounds, so the defendant asked to do not recognize the Moroccan judgement. Mr. DeJoria also indicated as a non-recognition ground the fact that  Morocco does not enforce Texas decisions. this “reciprocity” ground for do not enforce a foreign judgment in Texas is discretionary, but in some previous cases Federal Court decided not to recognize judgement in case of non-reciprocity (ex: Royal Bank of Canada vs Trentham Corp.).

Texas District Court was convinced by the evidence presented by Mr. DeJoria and refused to give recognition of the Moroccan judgment. The Morroccan parties appealed the decision to the Court of Appeals for the Fifth Circuit. The Court of Appeals reverses the District Court’s judgement, because the Texas Plaintiff does not discharge the burden of proof.

With decision no. 14-51022, on 30.9.2015, the Court of Appeal deals with a description of Moroccan judicial system, which does not lack sufficient independence such that fair litigation in the country is impossible. The Texas Recognition Act does not require a foreign judicial system that can assure the same rights to the parties as an American one. The judgement debtor, to avoid foreign judgement’s enforcement, must meet the high burden of proof that foreign judicial system totally lacks in impartial tribunals or procedures compatible with due process. The Court of Appeal describe some different cases, as Bank Melli Iran vs Pahlavi, dealing on an Iranian decision, or Bridgeway Corp. vs Citibank, a case about the recognition of a suit rendered during the Liberian Civil War by a Liberian Court. In both these cases, the lack of impartiality was evident and unbridgeable.

In Dejoria vs Maghreb Petroleum case, DeJoria did not proof the existence of a sufficient lack of impartiality in the Moroccan judicial system to justify the non-recognition of a Moroccan suit. In further contrast with Pahlavi case, there is no record evidence of anti-American sentiment in Morocco. And “Morocco’s judicial  system is not in a state of complete collapse”, as the Liberian one during Liberian Civil War, so the Moroccan judgements cannot be considered unenforceable as in Bridgeway case.

On the other hand, referring to the Texas Recognition Act’s provision on the  prohibition to enforce a foreign judgement if the foreign court did not have personal jurisdiction over the defendant, the Court of Appeal deals with the two components of personal jurisdiction: service of process and amenability to jurisdiction. In this case, there was service of process: DeJoria received actual notice of the Moroccan lawsuit. This fact, in the opinion of the Court of Appeal, meets the bare minimum requirements of notice sufficient to enforce a judgement. There was also amenability of jurisdiction: under the Moroccan law, if the defendants has not a domicile or residence in Morocco, jurisdiction lay proper at the domicile or residence of the plaintiff. As in the present case. And also Texas standard deals with these provisions.

Furthermore, the non-reciprocity was not proved in this case. Maghreb Petroleum Exploration and Mideast Fund For Morocco, on the contrary, have identified the relevant statutory provision under Moroccan law and offered expert testimony that Moroccan courts would recognize American judgements and have routinely recognized other foreign judgements. The non-reciprocity ground of Texas Recognition Act authorizes derogation to general principle of foreign judgements’ enforcement only  if the foreign State would not enforce the Texas judgements because they are rendered in Texas. Mr. DeJoria has not meet this burden, so the Court of Appeal could not refuse to enforce the Moroccan decision.

In conclusion, by this exhaustive explanation, the Court of Appeals pointed some important principles on recognition of foreign judgements in Texas. Even though this analysis deals with burden of proof’s distribution under the Texas Recognition Act, it  is very detailed and analytical, so it could be an interesting starting point for future cases of lawsuit on foreign decisions’ enforcement in the whole U.S.A..

Irene Moccia
Studio Tabellini

DeJoria vs M.P.E. – M.F.M. Case