L’inammissibilità del ricorso in Cassazione contrario ad orientamento consolidato

Con la sentenza a Sezioni Unite n. 7155 del 21/03/2017 la Corte di Cassazione si è pronunciata ancora una volta sui requisiti per l’ammissibilità del Ricorso in Cassazione (art. 360 bis c.p.c., n. 1.), La legge dispone che “Il ricorso [in Cassazione] è inammissibile: 1) quando il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa“. La norma è al centro di un contrasto giurisprudenziale. Sebbene dalla lettera della norma sembri evidente che essa introduca una specifica ipotesi di inammissibilità dell’impugnazione (art. 375 c.p.c. n. 5), parte della dottrina e della giurisprudenza hanno affermato che si tratterebbe, al contrario, di un’ipotesi di manifesta infondatezza ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 1. Negli ultimi anni, infatti, numerose pronunce della Corte di Cassazione, anche a Sezioni Unite, si sono espresse in tal senso, per esempio Cass. S.U. n. 19051 del 06/09/2010 e Cass. n. 5442 del 18/03/2016.

Nella sentenza in commento, invece, la Suprema Corte ha rovesciato il suo stesso precedente orientamento, affermando che,  allorquando i motivi di ricorso censurino capi di  una sentenza che si siano espressi coerentemente con l’orientamento della giurisprudenza della Corte di Cassazione, è integrata un’ipotesi di inammissibilità ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 1 e non di manifesta infondatezza ex art. 375 c.p.c., n. 5.

Le Sezioni Unite pongono come punto di partenza del proprio ragionamento il dato letterale dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, “che si esprime in termini del tutto inequivoci nel senso dell’inammissibilità”. In più, a parere della Corte, l’orientamento precedente va superato poiché “non è più ormai condivisibile l’idea secondo la quale l’inammissibilità del ricorso potrebbe sussistere solo in presenza di difetti attinenti alla struttura formale del ricorso medesimo o alle modalità in cui il suo contenuto è espresso, restando estranea alla figura dell’inammissibilità ogni valutazione che attinga il merito.” A sostegno di ciò, la Cassazione adduce il crescente uso che il legislatore fa della categoria dell’inammissibilità per facilitare una decisione in limine litis, anche in presenza di ragioni di merito che risultino agevolmente percepibili e siano perciò suscettibili di un più snello iter motivazionale.

La questione della formula definitoria dell’art. 360 bis c.p.c. n. 1 non è meramente di tipo terminologico: in caso di qualificazione come rigetto la Corte non potrebbe esimersi dall’esaminare anche un eventuale ricorso tardivo proposto dal controricorrente, viceversa, l’inammissibilità comporta l’inefficacia del controricorso tardivo in applicazione dell’art. 334 c.p.c., comma 2.

Nicola Petito

Studio Tabellini

 Allegato: Cass. Civ. SS.UU. 7155-2017

The application of the Directive 86/653 can be limited to commercial agents who mainly operate in State Members according to the European Court of Justice

On the 16th of February, the European Court of Justice delivered a judgement concerning the applicability of the European Directive 86/653 (“Council Directive of 18 December 1986 on the coordination of the laws of the Member States relating to self-employed commercial agents”) to a commercial agent established in a Non-Member State, the principal of which is established in a Member State.

The judgement of the ECJ originated from a reference for a preliminary ruling requested in proceedings between Agro Foreign Trade & Agency Ltd, established in Turkey, and Petersime NV, established in Belgium, concerning payment of various forms of compensation owed as a consequence of the termination, by Petersime, of the commercial agency contract between those two companies.

The referring Court considered that the territorial scope of the Belgian Law of 1995, which transposes EU Directive 86/653 into Belgian legal system, is limited to commercial agents principally established in Belgium, regardless of the fact that the parties may have designated Belgian law in general as the applicable law. Therefore, in this case, the rights provided by Directive 86/653, including those related to compensation, wouldn’t apply. However the Belgian Court deferred the issue to the European Court of Justice asking to state with regard to the compatibility of such a national law with the Directive 86/653.

The European Court stated that Directive 86/653 must be interpreted as not precluding national legislation transposing that directive into the law of the Member State concerned, which excludes from its scope of application a commercial agency contract in the context of which the commercial agent is established in Non-member State, where it carries out activities under that contract, and the principal is established in that Member State, so that, in such circumstances, the commercial agent cannot rely on rights which that directive guarantees to commercial agents after the termination of such a commercial agency contract.

 

Nicola Petito

Studio Tabellini

Attachment: ECJ Judgment – C507-15

Il progetto di riforma della disciplina della crisi di impresa e dell’insolvenza

La Camera dei Deputati ha recentemente approvato il disegno di legge delega concernente la “riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza”. L’obiettivo perseguito dal Legislatore è di modernizzare ed efficientare la disciplina della crisi di imprese, delegando il governo ad intervenire sulla Legge Fallimentare (R.D. n. 267 del 1942), sulla disciplina delle crisi da sovraindebitamento (Legge n. 3 del 2012) e sul sistema dei privilegi e delle garanzie.

Il disegno di legge, in caso di positiva conclusione dell’iter parlamentare, delegherà il governo alla riforma di molteplici aspetti della normativa in tema di crisi di impresa. In primo luogo, è da sottolineare l’attenzione particolare posta dal Legislatore sulla fase antecedente al fallimento: dovrà essere predisposto un sistema di “allerta della crisi” che, facendo emergere anticipatamente lo stato di crisi e agevolandone la composizione assistita, consenta di evitare il fallimento (art. 4).

Un ampio spazio del disegno di legge delega è riservato alla riforma del concordato preventivo (art. 5) e del fallimento (art. 6). Riguardo quest’ultimo – che sarà tra l’altro rinominato “liquidazione giudiziale” -, il legislatore ha previsto modifiche concernenti la disciplina dei rapporti pendenti, la figura del curatore, di cui ha ampliato anche la legittimazione a proporre azioni di responsabilità, ed altre misure volte ad assicurare la trasparenza e la rapidità dell’accertamento del passivo e della conclusione della procedura concorsuale.

Anche il sistema dei privilegi sarà modificato: l’art. 10 del disegno di legge dispone che il governo dovrà ridurre le ipotesi di privilegio generale e speciale, eliminando quanto non più attuale.

Il legislatore ha previsto, altresì, che il governo dovrà istituire una nuova forma di garanzia mobiliare non possessoria.

Infine, il disegno di legge prevede che il governo dovrà colmare la lacuna legislativa in tema di fallimento di gruppi di imprese (art. 3), modificare le norme in tema di esdebitazione (art. 8), di sovraindebitamento (art. 9), di liquidazione coatta amministrativa (art. 14) ed in tema di accordi di ristrutturazione del debito (art. 5) al fine di incentivarne la proposizione.

 

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: Disegno di legge delega in tema di crisi di impresa

L’ammissibilità della clausola compromissoria nel buying agency agreement

La Corte di Cassazione, Sezioni Unite civili, con la sentenza n. 27072 del 28 dicembre 2016, ha statuito l’ammissibilità nel buying agency agreement di una clausola compromissoria che deroghi alla giurisdizione italiana e devolva le controversie a giudici o arbitri stranieri.

Tale conclusione è la conseguenza della qualificazione del buying agency agreement operata dalla Suprema Corte, secondo cui questa fattispecie contrattuale, frequentemente conclusa tra società italiane e società estere, non è sussumibile nel contratto di agenzia, ma rappresenta un contratto atipico, integrante elementi di molteplici schemi contrattuali tipici, tra cui il contratto d’opera, di mandato e di appalto.

La questione approdata alle Sezioni Unite aveva avuto origine dall’atto di citazione in giudizio dinnanzi al Tribunale di Firenze con cui una società italiana aveva chiesto la condanna di una società statunitense al pagamento di indennità, provvigioni e risarcimento dei danni per ingiustificato recesso dal contratto di buying agency agreement. La questione della giurisdizione si era presentata da subito complessa: il Tribunale aveva dichiarato il proprio difetto di giurisdizione in favore del giudice statunitense, la decisione era stata riformata dalla Corte d’Appello, ed il successivo ricorso in Cassazione dell’appellata dichiarato inammissibile.

Riassunto il giudizio, il Tribunale aveva verificato la presenza nel contratto di una clausola compromissoria, devolvendo pertanto la vertenza al collegio arbitrale dello Stato di New York, ed il provvedimento era stato confermato dalla Corte di Appello. Tale decisione discende dalla qualificazione del rapporto contrattuale su cui verteva la controversia: la clausola era stata giudicata valida poiché, secondo i giudici, le parti avevano voluto concludere un contratto promiscuamente atipico. Viceversa, se i giudici avessero ricondotto il contratto nello schema tipico del contratto di agenzia, la deroga convenzionale alla giurisdizione italiana non sarebbe stata ammissibile in virtù di norme imperative del codice civile italiano.L’art. 4, comma 2, della Legge 218 del 1995, infatti, ammette tale deroga solo ove questa sia provata per iscritto e la causa verta su diritti disponibili. Nel contratto di agenzia, però, i diritti nascenti dall’art. 1751 cod. civ., relativi all’indennità di cessazione del rapporto, sono indisponibili e, pertanto, precludono l’ammissibilità della clausola compromissoria.

La società italiana aveva presentato ricorso in Cassazione, contestando la mancata sussunzione della fattispecie concreta nello schema tipico del contratto di agenzia, elemento centrale che aveva determinato l’ammissibilità della deroga convenzionale alla giurisdizione italiana in favore di quella arbitrale statunitense. La Cassazione ha posto fine alla vicenda processuale confermando la sentenza impugnata: nel contratto di agenzia non è possibile prevedere una clausola compromissoria in virtù delle norme imperative operanti nell’ordinamento italiano, viceversa, l’inclusione di clausole di tale natura nel buying agency agreement è ammissibile stante la sua non inquadrabilità nello schema del contratto di agenzia e la conseguente mancata operatività di predette norme.

Nicola Petito

Studio Tabellini

Cassazione_Sezioni unite civile_27072_2016

Il progetto della Commissione europea per un nuovo approccio all’insolvenza delle imprese in Europa

La Commissione europea ha recentemente presentato il progetto di una direttiva europea (che si allega qui in copia) finalizzata ad armonizzare le regole sull’insolvenza e a facilitare i salvataggi aziendali. Il progetto è parte dell’ampio piano d’azione della Commissione europea sull’Unione dei mercati dei capitali e della strategia per il mercato unico. L’intento della direttiva in progetto è di diffondere tra gli ordinamenti normativi nazionali dell’Unione europea un approccio all’insolvenza caratterizzato da strumenti di ristrutturazione precoce, che evitino il fallimento e sostengano crescita ed occupazione.

La direttiva proposta è incentrata principalmente su tre elementi:

  • principi comuni che favoriscano l’approccio verso una ristrutturazione precoce, per consentire alle imprese di continuare la loro attività e preservare l’occupazione;
  • norme che garantiscano vantaggi agli imprenditori, principalmente attraverso lo sgravo dei debiti dopo un periodo massimo di tre anni;
  • misure per aumentare l’efficienza delle procedure di insolvenza, ristrutturazione e sgravio previste dagli Stati membri, così da ridurne la durata, i costi e aumentare la certezza del diritto.

Gli organi della Commissione hanno avviato i lavori sulla direttiva in considerazione del fatto che i quadri normativi degli Stati membri sono ancora caratterizzati da molteplici diversità e molti di essi sono inefficienti e carenti di strumenti di ristrutturazione precoce delle imprese. Il precedente intervento del Legislatore europeo, infatti, il Regolamento 2015/848 del 25 maggio 2015, non ha armonizzato le norme sostanziali in tema di insolvenza, ma si è concentrato sulla risoluzione dei conflitti di competenza, sulle normative da applicare nei casi di rilievo transfrontaliero e sul riconoscimento delle sentenze straniere.

 Nicola Petito

Studio Tabellini

Insolvency_directive_proposal

Il contratto di agenzia nella giurisprudenza inglese: le indennità di preavviso e l’indennità sostitutiva di clientela secondo la High Court of Justice

Nel corso del 2016, la High Court of Justice of England and Wales, Queen’s Bench Division, ha pronunciato tre decisioni in tema di contratto di agenzia di particolare interesse. Tali pronunce, incentrate principalmente sul tema della determinazione del quantum dell’indennità suppletiva di clientela, forniscono un quadro chiaro, seppur sintetico, della normativa inglese che regola la questione, la Commercial Agents Regulations del 1993 (il cui testo si allega qui in copia), e dell’interpretazione che la giurisprudenza ne fornisce.

Con la prima pronuncia in esame, la High Court si è espressa sulla controversia tra l’agente “Alan Ramsay Sales & Marketing Ltd” e il preponente “Typhoo Tea Ltd”. La questione verteva sul mancato rispetto del periodo di preavviso, con conseguente richiesta da parte dell’agente del risarcimento dei danni, e sulla determinazione del quantum dell’indennità suppletiva di clientela. Questi argomenti sono stati anche l’oggetto della seconda controversia affrontata dalla Corte inglese, che vedeva contrapposti “The Software Incubator Limited” e “Computer Associates UK Limited”, dove il Giudice si è espresso altresì sulla questione concernente la portata applicativa delle norme inglesi in tema di agenzia. La terza controversia, poi, in essere tra “Mr. Monk, Inventabrand Consulting, Mr. Collins” e “Largo Foods”, oltre al tema dell’indennità suppletiva di clientela e l’indennità di preavviso, ha affrontato il rapporto tra l’indennità per i contratti conclusi dopo il termine del contratto di agenzia (Regulation 8) e l’indennità suppletiva di clientela (Regulation 17).

Di seguito pubblichiamo la sintesi dei casi sopracitati e delle relative decisioni della High Court of Justice.

Nicola Petito

Studio Tabellini

Sintesi pronunce High Court in tema di agenzia

Commercial Agents Regulations 1993 (UK)

Direttiva dell’8 giugno 2016 dell’Unione europea sulla protezione del know-how riservato e delle informazioni commerciali riservate contro l’acquisizione, l’utilizzo e la divulgazione illecita

L’8 giugno del 2016, il Parlamento europeo ha emanato la Direttiva 2016/943, in tema di know-how e informazioni commerciali riservate, fissando i criteri che gli Stati dovranno adottare entro il 9 giugno 2018 per garantire una tutela più efficace dei segreti commerciali in Europa.

La definizione di segreto commerciale

La Direttiva sottolinea l’importanza di stabilire una definizione di “segreto commerciale” omogenea che comprenda il know-how, le informazioni commerciali e le informazioni tecnologiche caratterizzate da un legittimo interesse a mantenere la riservatezza nonché una legittima aspettativa circa la tutela di tale riservatezza.

Nello specifico, l’articolo 2 definisce il concetto di “segreto commerciale” come le informazioni che presentano ciascuno dei seguenti requisiti:

a)      sono segrete, ossia non sono generalmente note o facilmente conoscibili a persone che si occupano di informazioni di questo tipo;

b)      hanno un valore commerciale in ragione della loro segretezza;

c)       sono sottoposte, dal soggetto che ne detiene il controllo, a misure finalizzate a conservarne la segretezza.

Sono escluse, quindi, dal concetto di segreto commerciale le informazioni non rilevanti e quelle facilmente accessibili dalle persone che lavorano negli ambiti dove sono generalmente usate. Il secondo requisito, invece, restringe il concetto di segreto commerciale alle sole informazioni la cui rivelazione potrebbe causare un danno al loro detentore, in virtù del fatto che, generalmente, solo esse sono considerate aventi valore commerciale. Infine, è opportuno sottolineare che in conseguenza dell’ultimo requisito, le società, per rientrare nella disciplina della Direttiva, dovranno implementare le procedure interne necessarie a conservare la segretezza delle informazioni commerciali, elaborando protocolli e sistemi di tutela finalizzati alla protezione dalla rivelazione, volontaria o involontaria, di tali segreti.

Il concetto di acquisizione, utilizzo e divulgazione leciti e illeciti dei segreti commerciali

La Direttiva definisce il concetto di acquisizione, utilizzo e divulgazione dei segreti commerciali, distinguendo tra le ipotesi lecite (articolo 3) e quelle illecite (articolo 4).

L’acquisizione di un segreto commerciale è considerata lecita quando è ottenuta attraverso una delle seguenti modalità:

a)      scoperta o creazione indipendente;

b)      osservazione, studio, smontaggio o prova di un prodotto o di un oggetto messo a disposizione del pubblico o lecitamente in possesso del soggetto che acquisisce le informazioni, il quale è libero da qualsiasi obbligo giuridicamente valido di imporre restrizioni all’acquisizione del segreto commerciale;

c)       esercizio del diritto all’informazione e alla consultazione da parte di lavoratori o rappresentanti dei lavoratori, in conformità del diritto e delle prassi dell’Unione e nazionali;

d)      qualsiasi altra pratica che, secondo le circostanze, è conforme a leali pratiche commerciali.

Sono altresì lecite l’acquisizione, l’utilizzo o la divulgazione di un segreto commerciale ogniqualvolta questi siano richiesti o autorizzati dal diritto dell’Unione europea o dal diritto nazionale.

Dal punto di vista delle condotte illecite, la Direttiva considera tale l’acquisizione di un segreto commerciale senza il consenso del detentore qualora sia posta in essere in uno dei seguenti modi:

a)      con l’accesso non autorizzato, l’appropriazione o la copia non autorizzate di documenti, oggetti, materiali, sostanze o file elettronici sottoposti al lecito controllo del detentore del segreto commerciale, che contengono il segreto commerciale o dai quali il segreto commerciale può essere desunto;

b)      con qualsiasi altra condotta che, secondo le circostanze, è considerata contraria a leali pratiche commerciali.

Le fattispecie di utilizzo e divulgazione di un segreto commerciale, poi, sono da considerarsi illecite se poste in essere senza il consenso del detentore del segreto commerciale da una persona che soddisfa una delle seguenti condizioni:

a)      ha acquisito il segreto commerciale illecitamente;

b)      viola un accordo di riservatezza o qualsiasi altro obbligo di non divulgare il segreto commerciale;

c)       viola un obbligo contrattuale o di altra natura che impone limiti all’utilizzo del segreto commerciale.

L’acquisizione, l’utilizzo o la divulgazione di un segreto commerciale si considerano altresì illeciti qualora un soggetto, al momento dell’acquisizione, dell’utilizzo o della divulgazione, fosse a conoscenza o avrebbe dovuto essere a conoscenza del fatto che il segreto commerciale era stato ottenuto direttamente o indirettamente da un terzo che illecitamente lo utilizzava o lo divulgava.

 

Tutela della riservatezza dei segreti commerciali nel corso di procedimenti giudiziari

La Direttiva ha il merito di aver riconosciuto che il timore circa la riservatezza ha spesso rappresentato un ostacolo al ricorso all’autorità giudiziaria da parte delle società in caso di illecito riguardante i segreti commerciali. L’articolo 9 della Direttiva, dunque, per porre rimedio a tale situazione, richiede agli Stati membri di predisporre dei meccanismi atti ad evitare che i segreti commerciali oggetto di procedimento giudiziario di tutela vengano utilizzati o rivelati illegittimamente. A tale scopo, sono indicate le misure che gli Stati dovranno attuare: a) l’introduzione di limitazioni d’accesso ad ogni documento contenente segreti commerciali o presunti tali, b) limitazioni d’accesso alle udienze, c) predisposizione dei provvedimenti giudiziali in versione non riservata, ossia con l’oscuramento delle parti contenenti segreti commerciali.

La tutela provvisoria e cautelare

La Direttiva prevede altresì che gli Stati debbano assicurare adeguati strumenti per tutelare in via provvisoria e cautelare i segreti commerciali. In particolare, gli Stati dovranno permettere che l’autorità giudiziaria possa disporre una o più delle seguenti misure:

a)      la cessazione o il divieto di utilizzo o di divulgazione del segreto commerciale a titolo provvisorio;

b)      il divieto di produzione, offerta, commercializzazione o utilizzo di merci costituenti violazione oppure di importazione, esportazione o immagazzinamento di merci costituenti violazione per perseguire tali fini;

c)       il sequestro o la consegna delle merci sospettate di costituire violazione, compresi i prodotti importati, in modo da impedirne l’ingresso sul mercato o la circolazione al suo interno.

 

Il risarcimento del danno

L’articolo 14 della Direttiva determina i criteri in tema di risarcimento del danno, disponendo innanzitutto che il relativo quantum dovrà essere appropriato all’effettivo pregiudizio subito a seguito dell’illecito. A tal fine, le competenti autorità giudiziarie dovranno tenere conto dei seguenti fattori: in primo luogo, il lucro cessante e i profitti illecitamente realizzati dall’autore della violazione, ma anche, ove opportuno, di elementi non correlati all’aspetto economico, quali ad esempio il pregiudizio morale causato al detentore del segreto commerciale dall’illecito. La Direttiva, inoltre, prevede che in alternativa, e se opportuno, si potrà stabilire come risarcimento una somma forfettaria calcolata in base ad elementi come l’importo dei diritti dovuti per l’utilizzo lecito del segreto commerciale a seguito di autorizzazione.

 

Nicola Petito

Studio Tabellini

Direttiva 943_2016_Eu_Know_how_segreto_commerciale

Rapporto della Commissione europea sul settore del commercio elettronico del 15 settembre 2016

Nel maggio del 2015, la Commissione europea ha avviato un’indagine di settore sul commercio elettronico di beni di consumo e di contenuti digitali, nell’ambito della strategia per un mercato digitale unico. Gli obiettivi dell’indagine erano di delineare il quadro delle tendenze di mercato e di individuare le problematiche di concorrenza presenti sui mercati europei, evidenziando le potenziali barriere alla libera concorrenza e le pratiche commerciali potenzialmente restrittive della stessa. Uno degli scopi prefissati della relazione era di costituire un incentivo per le imprese a rivedere i loro contratti di distribuzione in essere e a conformarli, se necessario, alle norme dell’Unione Europea in materia di concorrenza.

I risultati dell’indagine, frutto dell’analisi dei dati di circa 1.800 imprese e di circa 8.000 contratti di distribuzioni, provenienti da operatori di e-commerce di numerosi settori merceologici, sono stati pubblicati nella relazione preliminare del 15 settembre 2016, qui allegata.

Risultati principali

La relazione preliminare della Commissione si concentra dapprima su alcuni dati statistici riguardanti il settore del commercio elettronico. In particolare, emerge come l’Unione europea sia il più grande mercato mondiale per il settore del commercio elettronico, con una tendenza attuale di ulteriore crescita, con una percentuale di persone tra i 16 e i 17 anni che ha ordinato beni o servizi su internet cresciuta dal 30% del 2007 al 53% del 2013.

In secondo luogo, la relazione si focalizza sulla questione della trasparenza. In particolare, emerge come la particolare “struttura” che caratterizza il commercio elettronico, ampliando le scelte dei consumatori e la loro capacità di trovare le offerte migliori, fornisca un rilevante stimolo alla trasparenza e alla concorrenza sui prezzi. Lo stesso fenomeno si osserva sul versante dell’offerta: la relazione rileva, ad esempio, che oltre la metà dei venditori al dettaglio segue i prezzi dei concorrenti e la grande maggioranza reagisce alle loro variazioni di prezzo.

Infine, la relazione individua anche alcune delle pratiche commerciali potenzialmente limitative della libera concorrenza online, sia in tema di vendita di beni di consumo sia di contenuti digitali.

 

Vendita online di beni di consumo

E’ emerso come la reazione dei produttori alla crescita del commercio elettronico e alla conseguente maggiore trasparenza nel mercato sia stata caratterizzata dall’adozione di una serie di pratiche finalizzate ad un più stretto controllo della distribuzione dei loro prodotti. I produttori, infatti, adottano più frequentemente sistemi di distribuzione selettiva in cui i prodotti possono essere venduti soltanto da rivenditori autorizzati preselezionati e sempre più spesso vendono i loro prodotti direttamente ai consumatori online (il 64% dei produttori dichiara di aver aperto il proprio negozio online come conseguenza della crescita dell’e-commerce).

La relazione ha costatato, inoltre, che i produttori applicano sempre più spesso restrizioni contrattuali delle vendite nei loro accordi di distribuzione. Riguardo ai venditori al dettaglio, è emerso che:

- oltre due su cinque ricevono dai produttori una qualche forma di raccomandazione o di restrizione sui prezzi;

- circa uno su cinque è soggetto a restrizioni contrattuali per la vendita sulle piazze online;

- circa uno su dieci è soggetto a restrizioni contrattuali per l’offerta di siti di comparazione dei prezzi;

- oltre uno su dieci riferisce che i suoi fornitori impongono restrizioni contrattuali alle vendite transfrontaliere.

In generale, la Commissione ha rilevato come le sempre più frequenti restrizioni contrattuali delle vendite possano, in determinate condizioni, limitare gli acquisti online, danneggiando conseguentemente i consumatori che, di fatto, non riescono a beneficiare di una scelta più ampia e di prezzi più bassi nel commercio elettronico. Per questo motivo, dunque, la Commissione europea, in futuro, potrebbe investigare suddette pratiche per verificarne la compatibilità con le regole europee in tema di concorrenza.

 

Contenuti digitali

La disponibilità di licenze da parte dei detentori di diritti d’autore sui contenuti è essenziale per i fornitori di contenuti digitali e rappresenta un fattore determinante per la concorrenza sul mercato.

La relazione ha rilevato che gli accordi di licenza sui diritti d’autore sono complessi e spesso esclusivi. Tali accordi spesso impongono ai fornitori di contenuto digitale condizioni stringenti circa le tecnologie e modalità di distribuzione che possono utilizzare e anche circa i territori su cui possono operare. Quest’ultimo tema in particolare, il cosiddetto geo-blocking, un sistema attraverso cui la fruizione di un contenuto digitale è limitata sulla base di un fattore territoriale, è stato affrontato con attenzione nell’indagine della Commissione europea. Dai primi risultati pubblicati nel marzo 2016 è risultato come il geo-blocking sia una pratica ampiamente diffusa nel commercio elettronico in tutto il territorio dell’Unione, soprattutto per quanto riguarda i contenuti digitali. Oltre il 60% degli accordi di licenza presentati da titolari di diritti è limitato al territorio di un unico Stato membro. Quasi il 60% dei fornitori di contenuto digitale che hanno partecipato all’indagine ha convenuto contrattualmente con i titolari dei diritti di applicare il geo-block.

Le clausole contrattuali di geo-blocking possono limitare fortemente la concorrenza nel mercato unico europeo in violazione della normativa europea antitrust. In questi casi, però, è necessario svolgere un indagine specifica per verificare la eventuale sussistenza di valide ragioni giustificatrici del blocco territoriale del contenuto digitale.

 

La consultazione pubblica

La relazione preliminare è stata sottoposta a una consultazione pubblica per un periodo di due mesi. Le parti interessate sono invitate a presentare osservazioni sui risultati dell’indagine settoriale o informazioni complementari e a sollevare ulteriori questioni.

La Commissione prevede di pubblicare la relazione finale nel primo trimestre del 2017.

Nicola Petito

                                                                                                                      Studio Tabellini

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Contratti di distribuzione con mandanti tedeschi – German Federal Court BGH February 25, 2016

In Germania la Corte Suprema ha recentemente statuito che il distributore non tedesco, ma appartenente ad uno stato aderente all’Unione Europea, che operi nell’Unione Europea per conto di un mandante tedesco in virtù di un contratto assoggettato alla legge tedesca, può aver diritto alla indennità di cessazione del rapporto di distribuzione, alla stessa stregua di quanto avviene per chi operi all’interno della Germania.

Pubblichiamo un riepilogo della sentenza, illustrato dal LWG di Iucab nel corso della riunione delli 9/9/2016 a Stoccolma, cui questo Studio ha partecipato.

Sentenza Corte Suprema tedesca 25_2_16

Il Decreto Legge n. 59 del 3 maggio 2016: le novità introdotte in tema di garanzie per la concessione del credito, procedure concorsuali ed espropriazione forzata

Il Decreto Legge n. 59 del 3 maggio 2016, rubricato “Disposizioni urgenti in materia di procedure esecutive e concorsuali, nonché a favore degli investitori in banche in liquidazione”, è stato convertito con la Legge n. 119 del 30 giugno 2016.

Il Legislatore è così intervenuto in molti ambiti, dalle procedure concorsuali, all’espropriazione forzata, passando per la codificazione di nuove garanzie concedibili dalle imprese alle banche, per agevolare l’apertura di nuove linee di credito.

La maggiore novità del Decreto è rappresentata da queste ultime misure, finalizzate a rendere più snelle e garantite le operazioni di finanziamento alle imprese. A tal fine, sono stati codificati il “pegno non possessorio” (art. 1 del D.L. 59/2016) e il patto marciano (art. 2 del D.L. 59/2016).

Il primo istituto è il contratto da concludersi per iscritto, a pena di nullità, con il quale un soggetto iscritto nel registro delle imprese per garantire un credito concesso a lui o ad un terzo può costituire pegno sui beni mobili, anche immateriali, destinati all’impresa, ad esclusione dei beni mobili registrati, siano essi esistenti o futuri, o determinati e determinabili, senza dover farne consegna al creditore, diversamente da quanto prima d’ora imposto dalla legge (art. 2786 Cod. Civ.). Al verificarsi di un evento che determina l’escussione del pegno, poi, il garantito potrà, previo avviso scritto al datore della garanzia: i) procedere alla vendita del bene dato in pegno; ii) escutere i crediti oggetto di pegno; iii) concedere il bene in locazione; iv) appropriarsi dei beni in pegno fino a concorrenza della somma garantita.

Il secondo istituto contemplato nella legge in esame (il patto marciano) è un contratto tra la banca finanziatrice e l’impresa finanziata avente ad oggetto il trasferimento alla banca di un bene immobile – di proprietà dell’impresa debitrice o di un terzo – sospensivamente condizionato all’inadempimento del mutuatario. L’immobile oggetto del patto può essere di qualunque genere, ad esclusione dell’immobile adibito ad abitazione principale del proprietario, del coniuge o di suoi parenti e affini entro il terzo grado.

Glie elementi peculiari di questa forma negoziale sono evidenti: in caso di inadempimento, l’immobile diviene senz’altro di proprietà della banca, che potrà tenerlo oppure venderlo direttamente per compensare il proprio credito con il ricavato della vendita, senza dover avviare una procedura esecutiva immobiliare. L’eventuale differenza tra il valore di stima e l’ammontare del debito inadempiuto e delle spese di trasferimento, poi, dovrà essere obbligatoriamente corrisposto dal creditore al proprietario.

Il Legislatore è altresì intervenuto sulle disposizioni in materia di espropriazione forzata, modificando il contenuto necessario per l’atto di pignoramento, riducendo il termine per l’opposizione ex art. 615, comma 2, Cod. Proc. Civ. e introducendo l’obbligo di provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo per le somme non contestate, anche in presenza di opposizione (art. 4 del D.L. 59/2016).

Tra le modifiche minori attuate dal Legislatore va annoverato anche l’intervento sulla Legge fallimentare, dove sono state introdotte alcune disposizioni volte a velocizzare le procedure concorsuali, tra cui la possibilità rispettivamente per il giudice delegato ed il tribunale di disporre lo svolgimento in via telematica delle udienze e delle adunanza dei creditori in ragione del numero di creditori e dell’entità del passivo (art 6 del D.L. 59/2016).

 

Nicola Petito

Studio Tabellini