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Linee di credito “autoliquidanti” e concordato preventivo

I giudici della Corte di Cassazione sono stati recentemente chiamati a pronunciarsi sulla sorte delle linee di credito c.d. “autoliquidanti”, nel concordato.

Per linee di credito c.d. autoliquidanti si intendono quelle attraverso cui una banca effettua un’anticipazione di denaro a fronte dell’attestazione dell’esistenza di crediti commerciali che saranno poi incassati dall’istituto di credito stesso in virtù di un patto di compensazione accessorio al contratto bancario accompagnato o meno da un mandato all’incasso.

La questione di diritto sottoposta ai giudici di legittimità ha tratto origine dalla domanda di un’impresa ammessa al concordato preventivo, di ottenere la sospensione di tali contratti autoliquidanti ai sensi dell’art. 169 bis legge Fall. (d’ora in poi, art. 169 bis).

La risposta della Corte di Cassazione ha preso le mosse dall’analisi del prerequisito essenziale per la sospensione ex art. 162 bis: la pendenza del contratto. La Corte ha rilevato, in linea con quanto già sostenuto da parte della giurisprudenza[1] prima della riforma del 2015, come il concetto di contratto pendente sia inequivocabilmente riconducibile alla medesima nozione datane dall’art. 72, 1° comma, legge Fall., alla luce della quale si intendono pendenti quelle fattispecie negoziali che non hanno avuto compiuta esecuzione da entrambe le parti al momento della presentazione della domanda di concordato preventivo.

In questo modo, alla luce della formulazione legislativa stessa, la sospensione di cui all’art. 169 bis non è applicabile ai contratti di prestazioni corrispettive in cui una delle parti abbia già compiutamente eseguito la sua obbligazione.

Dato per assunta la nozione di tale prerequisito, i giudici di Cassazione proseguono nell’indagare il complesso tema dei contratti bancari autoliquidanti e della loro potenziale sospensione, operando una prima distinzione tra contratto quadro e singole operazioni di anticipazione.

Il contratto quadro che disciplina i singoli atti anticipatori, infatti, è indubbiamente sottoponibile alla disciplina dell’art. 169 bis, per cui può essere sciolto fino a quando non è stato raggiunto il tetto massimo convenuto tra le parti.

Una situazione ben diversa si prospetta, invece, per le singole operazioni di anticipazione già eseguite, per cui la banca non abbia ancora incassato il credito.

Con riferimento a queste ultime i giudici considerano sia le anticipazioni contro cessione di credito in garanzia pro solvendo sia quelle accompagnate da un mandato all’incasso con annesso patto di compensazione, per pervenire in entrambi i casi alla medesima soluzione, sia pur sia pur con diverse argomentazioni.

L’anticipazione contro cessione di credito in garanzia pro solvendo comporta un’immediata efficacia traslativa del credito ceduto dal cliente alla banca che, divenuta titolare, potrà disporne come meglio crede e trattenersi le somme. In questo caso gli effetti dell’operazione si esauriscono al momento del perfezionamento dell’accordo, per cui non si pongono problemi di pendenza del contratto nel momento di ammissione alla procedura concordataria.

L’anticipazione bancaria con mandato all’incasso con annesso patto di compensazione è anch’essa esaurita e non pendente nel momento in cui la banca eroga l’anticipazione, in quanto la banca in quel momento esegue per intero la prestazione. Il sol fatto che sia contemplato un patto di compensazione non vuol dire che la banca sia tenuta ad una “prestazione aggiuntiva” rientrante nel sinallagma contrattuale. Infatti, trattandosi di un mandato in rem propriam finalizzato a realizzare la funzione di garanzia, l’attività di incasso della banca attiene esclusivamente alla modalità di satisfazione del proprio credito. Se anche si volesse ritenere che l’attività di incasso dei crediti rientri tra le obbligazioni della banca, si tratterebbe, in ogni caso, di una prestazione accessoria, non idonea ad incidere sulla nozione di “compiuta esecuzione” della prestazione di cui all’art. 72 lg. Fall. (ex multis Cass. n. 3708/1983).

In entrambi casi, quindi, la banca ha esaurito la propria prestazione (quantomeno principale) effettuando l’anticipazione, per cui si ritiene inapplicabile l’art. 169 bis alle singole operazioni di anticipazione ancora in corso.

La Corte di Cassazione, inoltre, svolge un interessante ragionamento deduttivo a contrario riportando il testo dell’introducendo Codice della Crisi d’impresa e dell’insolvenza, nello specifico l’art. 97, comma 14, del d.lgs. 14/2019. Tale norma afferma che costituisce prestazione principale di un contratto di finanziamento bancario anche la riscossione. È evidente che si tratta di un enunciato dal carattere del tutto innovativo, che ammette la pendenza dei contratti di finanziamento bancario e la conseguente possibilità di scioglimento.

Il fatto stesso che il legislatore sia intervenuto in modo così chiaro su un tema tanto dibattuto per dissipare ogni dubbio, viene quindi visto dai giudici di Cassazione come prova del fatto che la normativa attuale sia invece da leggere nel senso dell’inapplicabilità dell’art. 169 bis alle singole operazioni di anticipazione.

In ultimo, la Corte si interroga sulla effettiva sussistenza di un dovere da parte della banca di restituzione delle somme al creditore, in presenza di un patto di compensazione.

In questo senso i giudici sottolineano che sussiste un collegamento negoziale e funzionale tra il contratto di anticipazione e il mandato all’incasso con patto di compensazione che da luogo ad un unico rapporto negoziale, determinando l’applicazione dell’istituto della compensazione impropria con conseguente inoperatività del principio di cristallizzazione dei crediti. Per questo motivo è irrilevante che l’incasso sia avvenuto dopo l’apertura del concordato preventivo.

Se invece non ci fosse stato alcun patto di compensazione, sarebbe venuto meno il collegamento negoziale di cui sopra, la conseguente unicità del rapporto negoziale e si sarebbero dovute applicare le norme di compensazione in senso stretto e l’art. 56 legge Fall.

Tutto ciò premesso, la Corte conclude affermando che l’esistenza del patto di compensazione e l’operatività dell’istituto della c.d. compensazione impropria consente alla banca di trattenere legittimamente le somme riscosse dopo l’apertura del concordato preventivo.

In conclusione, ai giudici di Cassazione va il vanto di aver tentato di delineare una regola di diritto chiara in modo da mettere fine alle numerose controversie interpretative relativamente alla sospensione delle linee di credito autoliquidanti in sede di concordato preventivo.

Allo stesso tempo, però, è evidente che si tratta di una constatazione dalla vita breve, un’effimera presa di posizione per l’oggi, quando il domani, una volta incardinatosi il nuovo Codice della Crisi d’impresa e dell’insolvenza, sarà del tutto differente.

 

Elena Scavino

 

[1]  App. Milano, 29 gennaio 2015, in www.ilcaso.it; App. Venezia, 26 novembre 2014, ibidem; Trib. Milano, 30 ottobre 2014, ibidem.

 

Cass., sez. civ. I, sentenza n. 11524 del 2020

Legge 5 giugno 2020 n. 40 di conversione del D.L. 8 aprile 2020 n. 23 – Scheda di lettura delle disposizioni in tema di società e crisi di impresa

Lo scorso 5 giugno è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge di conversione, con modifiche, del D.L. 8 aprile 2020 n. 23.

Di seguito, le principali modifiche apportate al Capo II Misure urgenti per garantire la continuità delle imprese colpite dall’emergenza COVID-19

 

Art. 9 Disposizioni in materia di concordato preventivo e di accordi di ristrutturazione

La proroga di sei mesi dei termini di adempimento già prevista per i concordati preventivi e gli accordi di ristrutturazione omologati è ora estesa anche agli accordi di composizione della crisi e ai piani del consumatore, anch’essi già omologati.

Resta ferma la possibilità per il debitore di presentare al Tribunale, sino all’udienza fissata per l’omologazione, istanze di proroga dei termini per effettuare il deposito di un nuovo piano, di una nuova proposta di concordato, di un nuovo accordo di ristrutturazione o per modificare i termini di adempimento ivi già previsti.

Il debitore che, entro la data del 31 dicembre 2021, ha presentato un concordato con riserva o una proposta di accordo di ristrutturazione e ha ottenuto dal Tribunale la concessione dei termini per il deposito del piano di concordato o dell’accordo di ristrutturazione può, entro questi termini, depositare un atto di rinuncia alla procedura, dichiarando di avere predisposto un piano di risanamento, attestato da un professionista e pubblicato nel registro delle imprese, e depositando la documentazione relativa alla pubblicazione medesima. Il Tribunale, verificate la completezza e la regolarità della documentazione, dichiara l’improcedibilità dei ricorsi presentati per l’ammissione al concordato o per l’omologazione dell’accordo di ristrutturazione.

Ai ricorsi per concordato preventivo con riserva presentati entro il 31 dicembre 2020 non si applicano i termini ridotti previsti dall’art. 161, ultimo comma, legge fall. nel caso in cui penda un procedimento per dichiarazione di fallimento.

 

Art. 10 Disposizioni temporanee in materia di ricorsi e richieste per la dichiarazione di fallimento e dello stato di insolvenza

Sono improcedibili tutti i ricorsi, depositati nel periodo tra il 9 marzo 2020 ed il 30 giugno 2020, volti ad ottenere la dichiarazione di fallimento o di stato di insolvenza, prodromica per l’apertura delle procedure di liquidazione coatta amministrativa e di amministrazione straordinaria.

Il regime di improcedibilità di cui sopra non si applica:

a) al ricorso presentato dall’imprenditore in proprio, quando l’insolvenza non è conseguenza dell’epidemia di COVID-19;

b) all’istanza di fallimento da chiunque formulata a seguito della pronuncia di inammissibilità della proposta di concordato, di revoca dell’ammissione al concordato o di rigetto del concordato;

c) alla richiesta presentata dal pubblico ministero in circostanze di particolare gravità (art. 15, VIII comma, o art. 7, numero 1 legge fall.).

Quando alla dichiarazione di improcedibilità dei ricorsi di cui sopra fa seguito, entro il 30 settembre 2020, la dichiarazione di fallimento, il periodo tra il 9 marzo 2020 ed il 30 giugno 2020, non viene computato nei termini di cui agli articoli 10, 64 (atti a titolo gratuito), 65 (pagamenti), 67 (atti a titolo oneroso o estintivi), primo e secondo comma, 69-bis (decadenza dall’azione) e 147 (società con soci a responsabilità illimitata) legge fall.

 

Art. 12 ter Disposizioni in materia di beni di impresa

La rivalutazione dei beni d’impresa e delle partecipazioni sociali può essere effettuata nel bilancio o rendiconto dell’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019, al 31 dicembre 2020 o al 31 dicembre 2021; limitatamente ai beni immobili, i maggiori valori iscritti in bilancio si considerano riconosciuti, rispettivamente, con effetto dal periodo di imposta in corso alla data del 1°dicembre 2022, del 1° dicembre 2023 o del 1° dicembre 2024.