Archive for luglio, 2020

L’esclusiva nel rapporto di agenzia e il diritto alle provvigioni c.d. postume

Con la sentenza qui allegata, la Corte di Cassazione ha enunciato un principio di diritto di grande interesse in tema di rapporto di agenzia, esclusiva e diritto alle c.d. provvigioni postume.

È pacifico che l’esclusiva sia qualificata come diritto ed obbligo normativamente regolato sia dal codice civile (art. 1743) sia dagli accordi economici collettivi efficaci erga omnes, a favore ed a carico dell’agente e del proponente, tali da garantire il conseguimento degli obiettivi commerciali in modo proficuo.

In questo senso, i giudici, espressamente chiamati ad esprimersi sul tema, hanno affermato che l’esclusiva connaturata al contratto di agenzia dispiega i suoi effetti non solo durante la permanenza del rapporto, ma anche per il periodo successivo in relazione al quale possono maturare i diritti relativi a provvigioni, c.d. postume, atteso che i due momenti (quello dell’attività promozionale e quello della conclusione dell’affare) di regola non coincidono.

Per cui al cessare del contratto non cessa anche la connessa esclusiva, la quale, per contro, in quanto scaturente dal precedente rapporto, si riflette inevitabilmente anche nel tempo successivo con riferimento all’anteriore attività preponderante contemplata dall’art. 1748, comma 3.

Si tratta di una conclusione a cui i giudici giungono rifacendosi alla giurisprudenza costante della medesima Corte secondo cui l’esclusiva a sua volta è garantita dalla previsione delle c.d. provvigioni indirette per gli affari conclusi direttamente dalla proponente, proprio perché si intende tutelare l’agente, nell’ambito della zona assegnatagli, da ogni invasione del proponente stesso che si traduca in una sottrazione di affari ed indebita appropriazione dei risultati della sua opera organizzatrice e promozionale (Cass. lav. n. 156 del 19/01/1985).

Pertanto, una volta accertata in sede di merito la prevalente attività svolta dall’agente prima della cessazione del rapporto unitamente alla conclusione degli affari con esito positivo entro il successivo quadrimestre e l’impossibilità di ricondurre tale conclusione al nuovo agente, sono dovute le relative provvigioni indirette.

Inoltre, la sentenza in commento riconosce che l’art. 6 dell’accordo economico collettivo sui rapporti degli agenti di imprese industriali, stipulato il 20 marzo 2002, non prevede espressamente alcun termine di decadenza entro il quale formalizzare la relazione sulle trattative già intraprese e non ancora concluse al momento dello scioglimento del rapporto di agenzia.

Decadenza che, peraltro, non è nemmeno contemplata all’art. 1748, comma 3, secondo cui l’agente ha diritto alla provvigione sugli affari conclusi dopo la data dello scioglimento del contratto se questi ultimi si sono conclusi entro un termine ragionevole e la conclusione è da ricondurre all’attività da lui svolta. Allo stesso modo, il comma immediatamente successivo specifica che la provvigione spetta all’agente, al più tardi, inderogabilmente dal momento e nella misura in cui il terzo ha eseguito o avrebbe dovuto eseguire la prestazione.

In questo senso i giudici ne derivano che, in difetto di un espresso termine di decadenza, non può essere negato il diritto alle provvigioni.

Elena Scavino

Provvigioni postume CASS 9291 2020

L’opzione Put tra autonomia contrattuale e divieto di patto leonino

La Corte di appello di Milano con la sentenza qui pubblicata si è pronunciata sul rapporto tra diritti di opzione disciplinati in un patto parasociale e divieto di patto leonino, facendo applicazione dei principi di diritto sancito dalla Corte di Cassazione.

La questione controversa riguardava il se l’opzione PUT costituita in un accordo di investimento e patto parasociale contrastasse con il divieto di esentare un socio dai risultati della gestione (positivi o negativi).

Nel caso di specie, l’opzione di vendita era stata esercitata dopo lo scioglimento anticipato della Società per perdita del suo capitale sociale e poco prima della dichiarazione di fallimento della stessa. Inoltre  contemplava un prezzo di retrocessione delle partecipazioni pari a 5 volte l’EBITDA con una soglia minima garantita, di importo in ogni caso superiore rispetto agli investimenti eseguiti dal socio titolare del diritto di opzione.

In particolare, lo sviluppo diacronico delle circostanze caratterizzanti il caso di specie è stato ricostruito nei termini seguenti:

  • alla data dell’accordo tra soci la società non aveva ancora iniziato la sua attività;
  • il titolare del diritto di opzione era entrato in società sottoscrivendo un aumento di capitale con sovrapprezzo;
  • a distanza di qualche anno, perduto il capitale sociale, i soci avevano deliberato di non ricostituirlo e di sciogliere anticipatamente la società, con il voto favorevole del titolare del diritto di opzione;
  • quest’ultimo, quindi, aveva esercitato l’opzione di vendita delle sue quote, domandando il pagamento del prezzo nella soglia minima garantita;
  • dopo breve, la società fallì.

 

La Corte di Appello di Milano riprendendo il principio di diritto sancito dal Giudice di legittimità ha ricordato che il divieto di patto leonino di cui al 2265 c.c. è applicabile a tutti i tipi di società ed enuclea un principio di carattere generale che impone di verificare se il singolo accordo parasociale in cui è inserita l’opzione PUT lasci invariata la “causa societatis del rapporto partecipativo” o se, invece, la vada a deviare, esonerando nei fatti uno dei soci dalla sopportazione delle perdite (Cass. n. 10583/2018 nonché Cass. n. 17498/2018).

Messo in rilievo l’evolversi storico dei fatti rilevanti, la Corte di merito ha poi esaminato il complesso delle clausole caratterizzanti l’accordo di investimento e il patto parasociale, per valutarne la meritevolezza e la liceità della causa concreta.  In questo senso, ha concluso che l’accordo, nella sua complessiva articolazione data da opzione di PUT e di CALL, sempre intese ad assicurare al relativo titolare il recupero integrale dell’investimento iniziale, realizzando anche una sicura plusvalenza senza concorrere ai rischi di impresa, era tale da garantire esclusivamente vantaggi senza sopportazione di perdite.

L’opzione PUT, infatti, esaminata nel contesto dell’accordo, intaccava “la purezza della causa societatis” attribuendo nei fatti ad un socio-investitore il potere di essere esentato dalle perdite e consentendogli di recuperare in ogni caso il proprio investimento retrocedendo la propria partecipazione agli altri soci a valori predeterminati ed insensibili ai rischi dell’attività di impresa.

Il giudice a quo aveva escluso la violazione del divieto di patto leonino per la sola carenza del carattere assoluto dell’esclusione dalle perdite o dagli utili, senza considerare che l’accordo, nel suo complesso, era idoneo a tenere il socio indenne in modo assoluto dalle perdite, in quanto gli consentiva di esercitare l’opzione nonostante la pregressa situazione di scioglimento, per perdite al di sotto del capitale sociale; situazione che di fatto comportò, pochi mesi dopo, il fallimento della società.

Invero, l’intero meccanismo dell’accordo, consentiva sempre e comunque all’investitore di lucrare eventuali guadagni senza sopportare il rischio delle perdite, attraverso plurime opzioni CALL e PUT esercitabili indipendentemente dall’andamento dell’impresa.

Si consideri che:

  • l’accordo contemplava opzioni CALL, fonte del diritto per l’investitore di acquistare quote al solo valore nominale in funzione della sua esigenza di procedere ad “aggiustamenti” della misura della propria partecipazione al ricorrere di determinate condizioni;
  • per l’eventualità di ricapitalizzazione erano scritte clausole anti diluizione, tali da proteggere il titolare del diritto di opzione dal rischio di diminuire la misura della propria partecipazione;
  • l’opzione PUT poteva essere esercitata anche nel caso di riduzione del capitale sociale al di sotto del minimo legale.

 

La Corte di Appello di Milano ha dunque ravvisato che il caso concreto fosse caratterizzato da una completa e irriducibile scissione tra poteri sociali e partecipazione al rischio di impresa, in quanto il socio-finanziatore dell’impresa avrebbe sempre e comunque potuto recuperare l’investimento, ottenendo finanche una plusvalenza.

In conclusione, eseguita l’analisi sostanziale della situazione concreta (come chiarito da Cass. 8927/1994), la Corte di Appello di Milano ha rilevato che nel caso sottoposto alla sua decisione il complessivo sistema di clausole dell’accordo di investimento e patto parasociale deviava dalla causa societatis con conseguente elusione del divieto di patto leonino.

 

Elena Scavino

 

Corte d’Appello Milano 13.02.2020

La Corte di Giustizia Europea sull’uniformità a livello europeo dei requisiti per la qualifica di agente commerciale (C-828/18)

Con un recente arresto, la Nona Sezione della Corte di Giustizia Europea, trovatasi a decidere un rinvio pregiudiziale sottopostole da un Giudice del Tribunal de commerce de Paris, ha fatto chiarezza sull’uniformità a livello europeo dei requisiti la cui ricorrenza in un rapporto contrattuale ne impone la qualifica in termini di agenzia commerciale.

Il Tribunal de commerce de Paris, adito da una società francese per l’accertamento della sua qualità di agente commerciale, dopo aver rilevato che l’articolo L. 134-1 del Code de Commerce, riprendendo i termini dell’art. 1, § 2°, della Direttiva CEE n. 86/653,definisce l’agente come il mandatario incaricato di trattare ed eventualmente stipulare contratti di vendita, aveva riscontrato un conflitto nell’interpretazione del termine trattare da parte dei giudici francesi, riassunto nel seguente quesito pregiudiziale presentato alla Corte di Giustizia Europea con il caso n. C-828/18:

“Se l’articolo 1, paragrafo 2, della direttiva (86/653) debba essere interpretato nel senso che un intermediario indipendente, che agisca in qualità di mandatario in nome e per conto del suo mandante e che non abbia il potere di modificare le tariffe e le condizioni contrattuali dei contratti di vendita del suo preponente, non è incaricato di trattare detti contratti ai sensi di tale articolo e non potrebbe di conseguenza essere qualificato come agente commerciale e godere dello status previsto dalla direttiva”.

Nell’analizzare la questione pregiudiziale, la Corte di Giustizia ha rilevato che un soggetto può essere qualificato come agente commerciale se sussistono tre condizioni: la qualità di intermediario indipendente, l’esistenza di un vincolo contrattuale permanente con il preponente e, per quanto qui d’interesse, l’esercizio di un’attività che consista o nel trattare la vendita o l’acquisto di merci per il preponente o nel trattare e concludere tali operazioni in nome e per conto di quest’ultimo.

Mancando nella direttiva una definizione del termine “trattare”, la sua portanza ed il suo significato sono stati definiti dalla Corte mediante l’analisi dei termini che, nelle altre versioni linguistiche dell’articolo 1, § 2° della Direttiva, sono stati usati per definire il medesimo concetto. Ad esempio, nelle versioni tedesca e polacca viene utilizzato un termine traducibile con la locuzione “fungere da intermediario”.

Dall’analisi linguistica operata dalla Corte è emerso, dunque, che, l’art. 1 della Direttiva CE n. 86/653 non richieda necessariamente che l’agente commerciale possa fissare il prezzo delle merci, posto che, anche senza tale potere, l’agente è in grado di svolgere le principali attività descritte nella Direttiva.

La pronuncia in commento, sicuramente più rilevante per l’interpretazione del diritto francese che di quello italiano, rappresenta comunque un arresto importante per quanto riguarda l’uniformità della definizione di “agente commerciale” nel Diritto dei paesi dell’Unione Europea.

Luca Tabellini

 

CGUE 4 giugno 2020 C_828_18