Legge 24 aprile 2020 n. 27 di conversione del DL 18/2020 Disposizioni su processo civile, contratti, società e mutui – scheda di lettura

Lo scorso 29 aprile è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge di conversione, con modifiche, del D.L. 17 marzo 2020 n. 18, c.d. “Cura Italia”.

Di seguito alcune rilevanti disposizioni suddivise per aree tematiche.

 

Assemblee nelle società ed approvazione bilancio d’esercizio

 

  • Art. 106, comma 1 – L’assemblea ordinaria è convocata entro 180 giorni dalla chiusura dell’esercizio, in deroga a quanto previsto dagli artt. 2364, co. 2 e 2478 – bis C.C. o dai singoli statuti.

Per effetto della proroga del termine per la convocazione dell’assemblea ordinaria che precede, è prorogato anche il termine per l’approvazione del bilancio di esercizio.

  • Art. 106, comma 2 – Con l’avviso di convocazione dell’assemblea ordinaria o straordinaria, le S.p.A., S.a.p.a., S.r.l., Società cooperative e mutue assicuratrici possono prevedere, anche in deroga a quanto disposto dai relativi statuti, l’espressione del voto in via elettronica o per corrispondenza, nonché lo svolgimento dell’assemblea mediante mezzi di telecomunicazione che garantiscano l’identificazione dei partecipanti, la loro partecipazione e l’esercizio del diritto di voto ex artt. 2370, IV co., 2497 – bis, IV co. e 2538, VI co., C.C. senza la necessità che il presidente, il segretario ed il notaio, ove previsti, siano contemporaneamente presenti nel medesimo luogo.
  • Art. 106, comma 3 – Le S.r.l. possono altresì prevedere che l’espressione del voto avvenga mediante consultazione scritta o per consenso espresso per iscritto, anche in deroga all’art. 2479, IV co., c.c. ed alle disposizioni statutarie.
  • Art. 106, commi 4 e 5 – Le società con azioni quotate, le società ammesse alla negoziazione su un sistema multilaterale di negoziazione e le società con azioni diffuse tra il pubblico in misura rilevante, anche ove lo statuto disponga diversamente, possono designare il rappresentante di cui all’art. 135 – undecies d.lgs. 58/1998 e prevedere nell’avviso di convocazione che l’intervento in assemblea si svolga esclusivamente tramite il rappresentante designato, conferendo a quest’ultimo anche deleghe e sub deleghe ai sensi dell’art. 135-novies d.lgs. 58/1998, in deroga al citato art. 135 – undecies, IV co.
  • Art. 106, comma 7 – Le disposizioni di cui all’art. 106 del D.L. qui in considerazione si applicano alle assemblee convocate entro il 31 luglio 2020 oppure entro la data – se successiva – fino alla quale sarà in vigore lo stato di emergenza per l’epidemia da COVID 19.
  • Art. 106, comma 8 bis – Le disposizioni di cui all’articolo in considerazione si applicano anche ad associazioni e fondazioni, escluse le organizzazioni non lucrative di utilità sociale di cui all’articolo 10, del decreto legislativo 4 dicembre 1997, n. 460 iscritte negli appositi registri, le organizzazioni di volontariato iscritte nei registri di cui alla legge 11 agosto 1991, n. 266 e le associazioni di promozione sociale iscritte nei registri nazionali, regionali e delle provincie autonome di Trento e Bolzano previsti dall’articolo 7 della legge 7 dicembre 2000, n. 383, alle quali si applica quanto disposto dall’art. 35, comma 3.

 

Rapporti contrattuali

 

  • Art. 91 – aggiunge all’art. 3 D.L. 6/2020 il comma 6 bis, a norma del quale il rispetto delle misure di contenimento di cui al citato decreto è sempre valutato ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli artt. 1218 e 1223 C.C. della responsabilità del debitore, anche con riferimento all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati od omessi adempimenti.
  • Art. 103 co. 2-ter – Nei contratti tra privati in corso al 31 gennaio 2020 e fino al 31 luglio 2020 aventi ad oggetto l’esecuzione di lavori edili, i termini di inizio e fine lavori sono prorogati per i 90 giorni successivi alla dichiarazione di cessazione dello stato di emergenza e il committente è tenuto al pagamento dei lavori eseguiti sino alla data di sospensione dei lavori, anche in deroga a diverse pattuizioni contrattuali.

 

Misure sulla sospensione del pagamento delle rate di mutui e finanziamenti

 

“prima casa”

 

  • Art. 54 – per il periodo di nove mesi decorrenti dall’entrata in vigore della legge di conversione qui in considerazione potranno essere ammessi ai benefici del Fondo di solidarietà mutui “prima casa” anche i lavoratori autonomi ed i liberi professionisti, previa autocertificazione di aver subito, nel trimestre successivo al 21.02.2020 (o nel minor periodo tra il 21.02.2020 e la presentazione della domanda), una riduzione del fatturato superiore al 33% dell’ultimo trimestre 2019 in conseguenza delle disposizioni adottate per l’emergenza Coronavirus.
  • Per l’accesso al Fondo di cui sopra non è richiesta la presentazione dell’ISEE e la sospensione del pagamento delle rate può essere concessa anche a chi abbia già beneficiato del Fondo in passato, ove il regolare ammortamento delle rate sia ripreso per almeno tre mesi.
  • La sospensione del pagamento delle rate è consentita, in aggiunta ai casi già previsti all’art. 2 comma 479 L 244/2007, anche nel caso di sospensione dal lavoro o riduzione dell’orario di lavoro per un periodo di almeno trenta giorni, anche in attesa dell’emanazione dei provvedimenti di autorizzazione dei trattamenti di sostegno del reddito
  • La sospensione del pagamento delle rate può essere concessa anche per i mutui garantiti dal Fondo di cui all’art. 1, co. 48, lettera c) della legge 147/2013.

 

 

 

Micro, piccole e medie imprese

 

  • Art. 56 – Le micro, piccole e medie imprese (come definite nella Raccomandazione della Commissione Europea n. 2003/361/CE) aventi sede in Italia, previa comunicazione ed autocertificazione di aver subito in via temporanea carenze di liquidità quale conseguenza diretta dell’epidemia COVID-19, potranno avvalersi delle seguenti misure:

o   per aperture di credito a revoca e prestiti accordati a fronte di anticipi su crediti esistenti al 20.02.2020 o alla data di pubblicazione del D.L. qui in considerazione, gli importi accordati, sia per la parte utilizzata, sia per la parte non ancora utilizzata, non possono essere revocati in tutto o in parte sino al 30 settembre 2020;

o   per i prestiti non rateali con scadenza contrattuale prevista prima del 20 settembre 2020 i contratti sono prorogati fino al 30 settembre 2020 alle medesime condizioni;

o   per i mutui e gli altri finanziamenti a rimborso rateale il pagamento delle rate o dei canoni di leasing in scadenza prima del 30 settembre 2020 è sospeso sino al 30 settembre 2020 e il piano di rimborso delle rate o dei canoni oggetto di sospensione è dilazionato con modalità che assicurino l’assenza di nuovi o maggiori oneri per entrambe le parti.

  • Delle misure che precedono non possono beneficiare le imprese le cui esposizioni debitorie, alla data di pubblicazione del DL qui in considerazione, siano state classificate come esposizioni creditizie deteriorate.

 

Processo Civile

 

  • Art. 83 commi 1 e 2 – ad eccezione dei casi specifici di cui al comma 3, dal 9 marzo 2020 al 15 aprile 2020 le udienze dei procedimenti civili sono rinviate d’ufficio a data successiva al 15 aprile 2020; nel medesimo periodo è sospeso il decorso dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili. Il periodo di rinvio delle udienze e sospensione dei termini processuali che precede è stato prorogato sino all’11 maggio 2020 con il D.L. 23/2020 art. 36.
  • Art. 83 comma 6 – è rimessa ai capi dei singoli uffici giudiziari l’adozione delle misure organizzative – elencate al successivo comma 7 – necessarie per consentire il rispetto delle indicazioni fornite dal Ministero della salute.
  • Art. 83 comma 8 – ove i provvedimenti adottati ai sensi del comma 7 impediscano la presentazione della domanda giudiziale ed essa sia l’unico strumento mediante il quale la parte possa esercitare il proprio diritto, i termini di prescrizione e decadenza da quel diritto sono sospesi per tutto il periodo di efficacia di tali provvedimenti.
  • Art. 83 comma 11 – dal 9 marzo 2020 al 30 giugno 2020, è obbligatorio il deposito con modalità telematiche – presso gli uffici che dispongono del relativo servizio – anche degli atti e documenti di cui all’art. 16 bis, co. 1 bis D.L. 179/2012.
  • Art. 83 comma 11 bis – sino al 30 giugno 2020, previa attivazione del servizio, il deposito di atti e documenti, da parte degli avvocati, nei procedimenti civili dinanzi alla Corte di Cassazione potrà avvenire con modalità telematiche, fermo restando il rispetto della normativa anche regolamentare concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici.
  • Art. 83 comma 20 – dal 9 marzo 2020 al 15 aprile 2020 sono sospesi i termini per lo svolgimento di qualunque attività nei procedimenti di mediazione, negoziazione assistita e tutti i procedimenti di risoluzione stragiudiziale delle controversie introdotti o pendenti a partire dal 9 marzo 2020. Si noti che la sospensione disposta con riferimento ai suddetti procedimenti non è stata prorogata dal D.L. 23/2020.
  • Art. 83 comma 20 bis – tra il 9 marzo 2020 ed il 30 giugno 2020, gli incontri di mediazione potranno sempre svolgersi con modalità telematiche ove tutte le parti coinvolte prestino il loro consenso. In tali casi l’avvocato, con l’apposizione della propria firma digitale, potrà certificare l’autografia della sottoscrizione del verbale da parte del suo cliente collegato da remoto.
  • Art. 83 comma 20 ter – sino alla cessazione delle misure di distanziamento previste con riferimento alla prevenzione del contagio da COVID-19, nei procedimenti civili, la parte potrà sottoscrivere la procura alle liti su documento analogico e trasmetterne la copia informatica per immagine al proprio difensore, anche con strumenti di comunicazione elettronica, in uno con la copia di un documento di identità in corso di validità. In tali casi il difensore dovrà certificare l’autografia della sottoscrizione mediante la sola apposizione della propria firma digitale sulla copia informatica della procura.
  • Art. 54-ter – per la durata di sei mesi, decorrenti dall’entrata in vigore della legge di conversione qui in considerazione, sono sospese tutte le procedure esecutive di pignoramento immobiliare (art. 555 c.p.c.) aventi ad oggetto l’abitazione principale del debitore.

Disposizioni in tema di società e crisi di impresa nel Decreto Liquidità (D. L. 8 aprile 2020 n. 23)

Di seguito una scheda di lettura per aiutare nella comprensione degli effetti del “Decreto Liquidità” (D. L. 8 aprile 2020 n. 23):

  • Art. 5 – è differita al 1° settembre 2021 l’entrata in vigore delle disposizioni del nuovo Codice della crisi d’impresa diverse da quelle già vigenti.
  • Art. 6 – fino al 31 dicembre 2020 (i) non si applicano gli artt. 2446, commi 2 e 3, 2445, 2482-bis, commi 4, 5, e 6, e 2482-ter del codice civile, (ii) non opera la causa di scioglimento della società per riduzione o perdita del capitale sociale ex artt. 2484, n. 4 e 2545-duodecies c.c. In breve, fino al 31 dicembre 2020 le società per azioni e le società a responsabilità limitata che (i) subiscano perdite superiori ad un terzo del capitale sociale nel corso dell’esercizio chiuso al 31 dicembre 2020 e (ii) non colmino tale deficit entro l’esercizio successivo, non saranno costrette a convocare l’assemblea per ridurre obbligatoriamente il capitale sociale. Tale sospensione opera anche quando il capitale sociale scende al di sotto del minimo legale; pertanto, perdite significative che facciano scendere il capitale sociale al di sotto di tale minimo legale non comporteranno lo scioglimento o la liquidazione della società
  • Art. 7 – principi di redazione del bilancio 2020: la valutazione nella prospettiva della continuazione può comunque essere operata se risulta sussistente al 23 febbraio 2020. Tanto vale anche per i bilanci chiusi al 23 febbraio 2020 e non ancora approvati. In breve, parrebbe (il condizionale è d’obbligo per la scarsa chiarezza della norma) che lo scopo consista nel consentire la valutazione in prospettiva di continuità aziendale per i bilanci relativi agli esercizi 2020 e 2019, se l’ultimo bilancio precedente a quello della cui approvazione si tratti giustifichi l’applicazione del detto regime di continuità.
  • Art. 8 – disapplicazione degli artt. 2467 e 2497-quinquies c.c. ai finanziamenti effettuati a favore della società sino al 31 dicembre 2020. In breve, i finanziamenti eseguiti dai soci alla società tra il 9 aprile 2020 ed il 31 dicembre 2020 possono essere rimborsati dalla società e non sono da considerare postergati agli altri debiti sociali, anche se eseguiti in assenza di equilibrio tra indebitamento della società e patrimonio netto contabile
  • Art. 9 – proroga di termini per l’adempimento di concordati preventivi e accordi di ristrutturazione.
  • Art.10 – tutti i ricorsi ai sensi degli artt. 15 e 195 l. f. e 3 del d. lgs. 270/1999 (disciplina a.s.) depositati nel periodo tra il 9 marzo 2020 ed il 30 giugno 2020 sono improcedibili. L’improcedibilità non si applica alla richiesta presentata dal p.m. in circostanze di particolare gravità (art. 15, comma 8, l.f.). Nel medesimo periodo sono altresì sospesi sia il termine triennale di decadenza delle azioni revocatorie fallimentari (articolo 69-bis l.f..) sia quello di un anno dalla cessazione dell’impresa, ostativo alla dichiarazione di fallimento, quando alla dichiarazione di improcedibilità fa seguito la dichiarazione di fallimento (sic).

 

Gli effetti della pandemia di Covid-19 sui rapporti contrattuali

La pandemia di COVID-19 sta causando molte difficoltà alle imprese, ai professionisti e ai singoli individui, poiché o è stata ordinata la chiusura delle loro attività commerciali o perché, se operativi, fanno fatica, per svariate ragioni, ad adempiere ai propri obblighi contrattuali.

Si pensi, agli effetti delle restrizioni imposte dai governi per contrastare il diffondersi della pandemia, in particolare sulle vendite di beni non essenziali e sulla possibilità di organizzare incontri, riunioni e fiere, determinando così l’impossibilità per svariate categorie imprenditoriali e professionali di adempiere fedelmente alle proprie obbligazioni contrattuali, probabilmente anche dopo la fine dell’emergenza.

Così, ad esempio, nel settore in cui operano agenti e distributori commerciali gli effetti della pandemia non si sono ancora visti; si pensi, all’agente che è vincolato da un budget minimo di ordini all’anno o al distributore che ha l’obbligo di acquistare periodicamente una quantità di merce predeterminata, pena la risoluzione del contratto e l’obbligo di risarcimento del danno.

Le convenzioni internazionali e le leggi europee non regolano le questioni che stiamo vivendo in relazione a tali pratiche contrattuali, e i contratti commerciali o non includono clausole di Forza Maggiore o, se lo fanno, le loro clausole non sono abbastanza specifiche per regolare le possibili controversie che dovremo affrontare nei prossimi mesi.

Appare, quindi, opportuna una riflessione sui rimedi offerti dalla legge per risolvere gli eventuali problemi causati dalla pandemia sui rapporti contrattuali, anche internazionali, in corso.

Il Governo Italiano aveva inizialmente fornito una prima risposta con il D.L. 2 marzo 2020 n. 9, disponendo che per i soggetti esercenti attività lavorativa nei Comuni interessati dalla norma (ubicati nelle Regioni Lombardia e Veneto) i termini per gli adempimenti contrattuali fossero sospesi dal 22 febbraio al 31 marzo del corrente anno (cfr. art. 10 D.L. cit.). La norma, tuttavia, non è stata estesa oltre il limitato ambito territoriale (e temporale) per cui era stata concepita; ed essendo spirato il termine del 31 marzo u.s. a cui faceva riferimento, da quella data i termini per gli adempimenti contrattuali hanno ricominciato a decorrere.

Per il territorio nazionale il Governo è invece intervenuto con il D.L. 17 marzo 2020 n. 18, (introduttivo del nuovo comma 6 bis all’art. 3 del D.L. 23 febbraio 2020 n. 6) disponendo che “Il rispetto delle misure di contenimento di cui presente decreto è sempre valutata ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti” (cfr. art. 91 D.L. 18/20 cit.)

Ne deriva che chi fosse impedito ad eseguire la sua prestazione contrattuale a causa dell’esigenza di rispettare “le misure di contenimento” disposte dall’Autorità Pubblica potrà addurre tale esigenza alla stregua di un fatto a lui non imputabile che abbia reso la sua prestazione impossibile (art. 1218 c.c.).

Tralasciando considerazioni sul fatto che la norma in commento si riferisca alle “misure di contenimento di cui presente decreto” senza che però il decreto stesso, abrogato il 25 marzo 2020, disponga alcuna misura di contenimento, si rileva come la tutela offerta sia solo parziale; in primo luogo, perché l’esenzione da responsabilità non opera in via automatica ma impone di volta in volta una valutazione in merito al rapporto causa / effetto tra l’avvenuto rispetto della misura di contenimento ed il tipo di inadempimento.

In secondo luogo, perché esime bensì l’inadempiente da responsabilità (obbligo di risarcimento del danno – artt. 1218 e 1223 c.c.), ma non elimina l’inadempimento in sé, lasciando quindi esposto l’inadempiente al rischio di risoluzione del contratto.

Infine, perché presuppone che l’inadempimento dipenda dall’esigenza di rispettare le misure di contenimento e non considera, invece, le ipotesi (verosimilmente più numerose) in cui l’inadempimento sia una conseguenza della più ampia situazione di emergenza a livello mondiale (si pensi, ad esempio, all’attività di il cui esercizio non sia vietato dalla legge, ma che, a causa di difficoltà di approvvigionamento o di carenza di liquidità non riesca ad adempiere).

Occorre dunque rifarsi ai principi generali del nostro Ordinamento, per i rapporti commerciali che ad esso siano sottoposti; ed in particolare, agli articoli 1256 e 1467 c.c. contenenti le regole per i casi in cui le obbligazioni contrattuali siano divenute impossibili o eccessivamente onerose da adempiere.

L’art. 1256 c.c. dispone l’estinzione delle obbligazioni la cui prestazione non possa essere eseguita per impossibilità definitiva e l’esclusione della responsabilità del debitore per il ritardo nell’esecuzione di quelle prestazioni momentaneamente non eseguibili per impossibilità temporanea. L’impossibilità (definitiva o anche solo temporanea) della prestazione deve tuttavia essere causata da un evento imprevedibile che agisca di forza propria ed esuli dalla sfera di controllo del debitore.

L’art. 1467 c.c., invece, opera in una fase prodromica all’eventuale adempimento contrattuale e si applica solo ai contratti a esecuzione continuata o periodica ovvero a esecuzione differita attribuendo, alla parte del contratto la cui prestazione sia divenuta eccessivamente onerosa (a causa di avvenimenti straordinari e imprevedibili), il potere di domandare la risoluzione del contratto, se i relativi termini non vengono rinegoziati equamente.

Una pandemia rappresenta sicuramente un evento naturale imprevedibile ed incontrollabile per i singoli, ma perché possano invocarsi le tutele degli artt. 1256 e 1467 c.c. occorre che essa o, più in generale, i relativi risvolti in ambito legale ed economico, abbiano avuto efficacia causale sull’inadempimento o sull’eccessiva onerosità di un eventuale adempimento.

Per i rapporti commerciali internazionali, invece, gli strumenti di tutela variano a seconda dell’Ordinamento cui sono sottoposti.

Nella compravendita internazionale di beni mobili, la relativa Convenzione (Convention on Contracts for the International Sale of Goods – “CISG”) contiene una norma analoga al nostro articolo 1256 c.c. (art. 79), secondo la quale l’inadempimento ad un’obbligazione contrattuale non è fonte di responsabilità se causato da un impedimento (Force Majeure) che esuli dalla sfera di controllo del debitore, non prevedibile al momento della sottoscrizione del contratto. E più in generale, i principi del commercio internazionale (UNIDROIT) dispongono (art. 6.2.2.), analogamente al nostro art. 1467 c.c., che qualora un evento imprevedibile ed incontrollabile alteri l’equilibrio fondamentale del contratto (o diminuendo il valore della prestazione o aumentandone il costo), la parte svantaggiata ha diritto di chiedere all’altra la rinegoziazione dei termini contrattuali e, in subordine, la risoluzione del contratto.

È fuori di dubbio che la situazione determinata dall’emergenza sanitaria in corso abbia i caratteri oggettivi della straordinarietà, imprevedibilità ed incontrollabilità, ma, perché possano operare gli strumenti di tutela accennati sopra, è necessario accertare se, per effetto della pandemia si verifichi che (i) una prestazione sia divenuta impossibile da eseguire o (ii) un contratto sia divenuto eccessivamente oneroso da proseguire, può essere utile conoscere gli strumenti di tutela accennati sopra.

Luca Tabellini

FAQ: Gli effetti del COVID-19 sui rapporti contrattuali

Dopo quasi un mese dall’inizio dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, Tabellini Avvocati Associati ha già ricevuto numerose richieste di consulenza da parte di imprenditori e privati che non sanno come affrontare, dal punto di vista giuridico, gli effetti che la pandemia sta avendo sui loro contratti.

Q. Cosa succede se a causa della pandemia di COVID-19 non riesco ad adempiere agli obblighi contrattuali che ho assunto?

A. La regola generale imposta dall’art. 1218 c.c. stabilisce che l’imprenditore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile. È, dunque, necessario capire se il debitore inadempiente si trovi o meno in una situazione di impossibilità.

Q. L’emergenza sanitaria causata dalla pandemia di COVID-19 può essere considerata una situazione di impossibilità?

A. Non c’è alcuna norma che stabilisce espressamente che gli effetti della pandemia determinino una situazione di impossibilità. Il Governo è intervenuto con il D.L. 17 marzo 2020  n. 18, (introduttivo del nuovo comma 6 bis all’art. 3 del D.L. 23 febbraio 2020 n. 6) disponendo che “Il rispetto delle misure di contenimento di cui presente decreto è sempre valutata ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti” (cfr. art. 91 D.L. 18/20 cit.).

L’esenzione della responsabilità non opera in via automatica e, dunque, perché possa operare, sarà necessario valutare caso per caso se l’eventuale inadempimento contrattuale sia una conseguenza diretta e immediata delle misure di contenimento o meno.

Q. Se il mio inadempimento contrattuale non dipende dal rispetto delle misure di contenimento imposte dal Governo, sono responsabile per i danni eventualmente derivanti?

A. Non necessariamente. Se un inadempimento contrattuale non è diretta conseguenza delle misure di contenimento, il debitore inadempiente sarà considerato responsabile. Infatti, l’art. 1256 c.c. prevede l’esclusione della responsabilità per il debitore qualora la sua prestazione sia divenuta impossibile a causa di un evento imprevedibile che agisca di forza propria ed esuli dalla sua sfera di controllo.

Q. Se la prestazione che sono contrattualmente obbligato ad adempiere non è impossibile da eseguire, ma è diventata estremamente difficile da eseguire, devo eseguirla ad ogni costo?

A. No. L’art. 1467 c.c., che opera in una fase prodromica all’eventuale adempimento contrattuale, applicabile solo ai contratti a esecuzione continuata o periodica ovvero a esecuzione differita, attribuisce, alla parte del contratto la cui prestazione sia divenuta eccessivamente onerosa (a causa di avvenimenti straordinari e imprevedibili, che esulino dalla sua sfera di controllo), il potere di domandare la risoluzione del contratto, se i relativi termini non vengono rinegoziati equamente.

Q. Posso quindi considerarmi al riparo da ogni contestazione se non adempio ai miei obblighi contrattuali a causa della pandemia di COVID-19

A. No. Obbligo fondamentale nei rapporti contrattuali è agire secondo buona fede. Ne consegue che, chi si trovi nella situazione di non poter adempiere ai propri obblighi contrattuali, o di poterlo fare solo ad un costo eccessivo, debba informare di tale situazione la controparte, operandosi per rendere meno gravosi gli effetti di un eventuale inadempimento e per cercare una soluzione di comune interesse, eventualmente rinegoziando i termini contrattuali.

Q. Cosa devo fare se uno o più contratti che ho sottoscritto subiscono o subiranno l’effetto della pandemia di COVID-19?

A. Il consiglio è di revisionare ogni contratto che sia stato o potrà essere condizionato dagli effetti della pandemia. In particolare è opportuno tenere nota di tutte le somme pagate in relazione ad ogni contratto e in che misura lo stesso sia ancora da eseguire. Inoltre, si consiglia di individuare quali contratti contengano una clausola di forza maggiore e se la stessa abbia requisiti specifici per essere azionata. Infine, si consiglia di tenere nota di ogni rallentamento e/o restrizione all’attività subita quale effetto della pandemia.

In ogni caso, si consiglia, al sorgere di eventuali complicazioni nell’adempimento dei propri obblighi contrattuali, di contattare per tempo la propria controparte per concordare un’idonea modifica dei termini contrattuali.

Per ulteriori dubbi sugli strumenti legali a disposizione e sulle alternative possibili per affrontare gli effetti della pandemia sull’operatività della vostra impresa, Tabellini Avvocati Associati è a disposizione per una consulenza personalizzata, anche in video-conferenza, per definire insieme la strategia più adatta alle vostre esigenze.

 Luca Tabellini

La nullità del mutuo fondiario per superamento del limite di finanziabilità e l’eventuale possibilità di conversione in contratto di mutuo ordinario

La Corte di Cassazione si è pronunciata sul tema della nullità del contratto di mutuo fondiario per superamento del limite di finanziabilità. Tale limite è fissato dall’art. 38 del D.Lgs. n. 385 del 1993, il quale, al secondo comma, prevede che la Banca d’Italia, in conformità alle deliberazioni del CICR, determini l’ammontare massimo dei finanziamenti, nonché le ipotesi in cui la presenza di precedenti iscrizioni ipotecarie non impedisca la concessione di finanziamenti.

La controversia, in origine, aveva ad oggetto la domanda d’insinuazione “in via privilegiata ipotecaria” nel passivo fallimentare di una S.r.l., presentata da una nota Banca per un credito assunto come derivante da un’operazione di mutuo fondiario.

Il giudice delegato, su proposta del curatore, aveva respinto il ricorso sul rilievo del superamento in sede di erogazione dei limiti di finanziabilità stabiliti dalla legge. Nel confermare la predetta decisione adottata dal giudice delegato, il Tribunale di Cagliari ribadiva l’orientamento della giurisprudenza secondo il quale “in difetto di prova positiva della conformità del contratto di mutuo fondiario alle prescrizioni dell’art. 38 TUB, il contratto è affetto da nullità, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 1418 c.c.”.

Il Tribunale precisava, inoltre, che ai fini della prova dell’invalidità del contratto difforme, è necessario il controllo del rispetto di tale limite, pertanto, laddove una Banca decida di insinuarsi al passivo del debitore in ragione di un credito derivante da un mutuo fondiario, questa è onerata della prova del rispetto di tale limite. Nel caso di specie, a parere del Tribunale, tale prova non era stata raggiunta.

La Banca proponeva, quindi, ricorso in Cassazione, avente ad oggetto, tra i tanti, due motivi concernenti, uno, la violazione e/o falsa applicazione di legge in ordine all’art. 38 TUB e all’art. 1418 c.c., contestando la dichiarazione di nullità del mutuo fondiario, resa dal decreto impugnato, per superamento del limite di finanziabilità dell’80%; l’altro, invece, censurava la mancata conversione – ex art. 1424 c.c. – del mutuo fondiario nullo in mutuo ipotecario ordinario.

Quanto al primo motivo, la ricorrente assumeva che la normativa di cui all’art. 38 TUB non persegue fini di carattere generale, ma specifici dell’ordinamento bancario – a tutela delle banche – pertanto, la violazione del limite di finanziabilità dovrebbe trovare sanzione sul piano della responsabilità, senza produrre la nullità dei contratti.

La Corte di Cassazione, non accogliendo tale primo motivo di ricorso, ha confermato il suo precedente orientamento – si veda, ad esempio, la recente pronuncia del 13 luglio 2017, n. 17352 – secondo il quale il superamento del limite di finanziabilità determina la nullità del mutuo fondiario, precisando che la scelta di fissare il limite di finanziabilità alla soglia dell’80% del valore dell’immobile risponde ad una scelta di “politica economica” e persegue l’obiettivo di circoscrivere il rischio di sopravvalutare il bene “mobilizzato”, insito in un simile tipo di operatività del credito.

Quanto, poi, al secondo motivo, la Corte di Cassazione, seppur concorde nella possibilità della conversione, ha escluso la conversione automatica, sul presupposto che, per poter procedere ad una effettiva conversione di un mutuo fondiario nullo in un mutuo valido, occorre svolgere un puntuale esame del contesto delle circostanze proposte dal caso concreto, al fine di valutare se il credito sia stato erogato nella consapevolezza, o meno, del fatto che il valore dell’immobile non raggiungesse la soglia richiesta dalla legge ovvero se il conseguimento dei peculiari “vantaggi fondiari” abbia costituito la ragione unica, o comunque determinante, dell’operazione. Nel caso di specie, a parere della Corte, emergeva la chiara volontà delle parti di porre in essere non un qualunque mutuo, bensì un fondiario.

In conclusione, quindi, la Suprema Corte ha voluto chiarire che il mancato rispetto del limite di finanziabilità, ex art. 38 TUB, in tema di mutuo fondiario, determina la nullità di quest’ultimo, fatta salva la possibilità della sua conversione in ordinario finanziamento ipotecario, qualora, tenuto conto dell’intento delle parti e delle circostanze del caso concreto, emerga che il conseguimento dei peculiari “vantaggi fondiari” non abbia costituito la ragione unica o determinante dell’operazione.

Simona Marando

Studio Tabellini

Allegato: Cass. 11201-2018

L’esercizio del diritto di recesso non può prescindere dall’osservanza del principio di buona fede ex art. 1375 c.c.

La Corte di Appello di Roma si è pronunciata sul tema dell’esercizio del diritto di recesso nei rapporti contrattuali di durata e sulla necessità che avvenga nel rispetto del principio di buona fede.

La controversia all’origine della pronuncia atteneva al recesso di una nota casa automobilistica francese da numerosi contratti di distribuzione con suoi concessionari, ritenuto da questi ultimi illegittimo in quanto abusivo e contrario al dovere di correttezza e buona fede nell’esecuzione dei rapporti contrattuali.

Il Giudice di primo grado aveva rigettato la tesi dei concessionari ritenendo che il produttore fosse legittimato a recedere in virtù delle clausole contrattuali e che per la legittimità dell’esercizio del diritto di recesso fosse sufficiente il rispetto del termine di preavviso.

Questa impostazione era stata confermata in secondo grado, ma poi rivista nel successivo grado di legittimità.

La Corte di Cassazione adita dai concessionari soccombenti nei due gradi di merito aveva infatti statuito che il diritto di recesso, seppur non sindacabile sotto il profilo teleologico, concretandosi in una scelta strategica del relativo titolare, non si sottrae ad un controllo in relazione alle modalità del suo esercizio. Tale esercizio deve essere parametrato al canone della buona fede, che permane quale fondamentale criterio di valutazione del comportamento delle parti nell’esecuzione del contratto ai sensi dell’art. 1375 c.c.

Proseguendo nel ragionamento, la Corte di Cassazione aveva affermato che “l’obbligo di buona fede oggettiva costituisce un autonomo dovere giuridico che si esplica nell’imporre a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra, a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali”. Di talché, il principio di buona fede oggettiva rappresenta uno strumento che il giudice deve utilizzare, anche in senso modificativo o integrativo dello statuto negoziale, per garantire il rispetto del giusto equilibrio tra gli opposti interessi delle parti del contratto.

Alla luce di questo principio di diritto, la causa era stata rinviata alla Corte di Appello di Roma al fine di accertare quali nel caso di specie fossero state le condotte delle parti e se esse potessero o meno essere considerate conformi ai citati doveri di correttezza e buona fede.

I giudici della Corte di Appello di Roma, dunque, adeguandosi alla pronuncia del giudice di legittimità,  hanno effettuato un controllo sulle modalità di esercizio del diritto di recesso nel caso concreto. Ed hanno riscontrato che nello specifico il breve lasso di tempo intercorso tra la comunicazione del recesso – con un preavviso, seppur contrattualmente previsto, di appena 12 mesi – e la previa avvenuta imposizione di investimenti ed obiettivi minimi di vendita aveva impedito ai distributori di ammortizzare gli investimenti sostenuti per l’esecuzione del contratto.

I medesimi giudici hanno poi appurato che la concedente nel recedere dal contratto aveva frustrato l’affidamento ingenerato nei concessionari poco tempo prima, quando sottoscrivendo con loro patti aggiuntivi li aveva indotti a ritenere che il rapporto sarebbe proseguito ulteriormente.

Sulla scorta di queste constatazioni, la Corte di Appello di Roma ha giudicato contraria a correttezza e buona fede la condotta della concedente e la ha condannata al risarcimento del danno.

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: Sentenza Corte d’Appello di Roma 24-10-17

La Corte di Giustizia Europea si pronuncia: l’art. 17 della Direttiva 86/653 CEE è applicabile anche nel caso di risoluzione del contratto di agenzia commerciale avvenuta nel corso del periodo di prova pattuito nel contratto stesso

Con la sentenza del 19 aprile 2018, la Corte di Giustizia Europea si è pronunciata sulla causa C-645/16 aderendo alle conclusioni presentate, nell’ottobre 2017, dall’Avvocato generale Maciej Szpunar, in merito all’applicabilità dell’art. 17 della Direttiva 86/653 CEE al caso di estinzione del contratto di agenzia commerciale intervenuta durante il periodo di prova ivi pattuito.

È opportuno ricordare che la domanda di pronuncia pregiudiziale perveniva dalla Cour de Cassation francese, la cui giurisprudenza maggioritaria ritiene che l’agente commerciale non goda di alcuna indennità qualora la risoluzione del contratto d’agenzia commerciale avvenga durante il periodo di prova, sul presupposto che, in tale periodo, il contratto non è ancora definitivamente concluso.

Secondo la Corte di Giustizia Europea, tale interpretazione non trova alcun fondamento nella Direttiva 86/653, la quale, al contrario, è applicabile sin dal momento della conclusione di un contratto tra preponente e agente commerciale, anche laddove il contratto preveda un periodo di prova.

Le conclusioni della Corte di Giustizia Europea muovono dal presupposto che, al fine di poter giungere ad una corretta interpretazione dell’art. 17 della Direttiva 86/653, occorre tener conto, al contempo, della sua formulazione, del suo contesto e delle sue finalità.

Quanto alla formulazione, invero, dal tenore dell’art. 17, paragrafi 2 e 3, Direttiva 86/653, risulta che la disciplina dell’indennità e del risarcimento del danno è volta a indennizzare l’agente commerciale per le prestazioni compiute, di cui il preponente continui a beneficiare anche successivamente alla risoluzione del rapporto contrattuale, ovvero per gli oneri e le spese sostenuti ai fini delle prestazioni medesime. Conseguentemente, laddove ricorrano le condizioni indicate nei predetti paragrafi, all’agente non possono essere negati l’indennità o il risarcimento per il solo fatto che la cessazione del contratto di agenzia abbia avuto luogo durante il periodo di prova.

Ad ulteriore sostegno di tale tesi, giunge il contesto normativo in cui è inserito l’art. 17 della Direttiva 86/653. Occorre tener presente, infatti, che l’art. 18 della Direttiva 86/653, il quale elenca tassativamente le ipotesi in cui l’indennità o il risarcimento non sono dovuti, non menziona, tra queste, la risoluzione del contratto nel periodo di prova. L’art. 19, inoltre, vieta alle parti di derogare, prima della scadenza del contratto, agli articoli 17 e 18 della Direttiva a detrimento dell’agente commerciale. Pertanto, se la pattuizione di un periodo di prova nell’ambito di un contratto di agenzia commerciale avesse l’effetto di determinare l’inapplicabilità del diritto all’indennità ed al risarcimento, previsto dall’art. 17 della Direttiva 86/653, ciò costituirebbe una deroga a detrimento dell’agente.

L’interpretazione della Corte è altresì sostenuta dalle finalità della Direttiva 86/653. Occorre ricordare, invero, che essa ha come obiettivo la tutela dell’agente commerciale nelle relazioni con il preponente e, in particolare, secondo la giurisprudenza della Corte, gli articoli dal 17 al 19 della medesima Direttiva sono diretti alla tutela dell’agente commerciale successivamente alla cessazione del contratto di agenzia commerciale. Pertanto, a parere dei giudici della Corte, l’interpretazione secondo cui nessuna indennità o nessun risarcimento siano dovuti nel caso in cui la risoluzione del contratto di agenzia commerciale avvenga durante il periodo di prova, risulterebbe in contrasto con la finalità della direttiva stessa.

Alla luce delle predette considerazioni, in risposta alla questione sollevata dalla Cour de Cassation francese, la Corte di Giustizia Europea ha dichiarato che l’art. 17 della Direttiva 86/653 dev’essere interpretato nel senso che la disciplina dell’indennità e del risarcimento ivi prevista, rispettivamente ai paragrafi 2 e 3, è applicabile anche nel caso in cui la cessazione del contratto di agenzia abbia luogo nel corso del periodo di prova pattuito nel contratto stesso.

Simona Marando

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: Sentenza Corte di Giustizia Europea C-645-16

La Corte di Giustizia dell’Unione europea si è pronunciata sui confini di applicabilità del Reg. 650/2012 in materia di certificato successorio europeo

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sez. II, si è pronunciata il 1 marzo 2018 sulla causa C-558/16, concernente la possibilità di far figurare nel certificato successorio europeo la quota ereditaria del coniuge superstite. Detto certificato è stato introdotto dal Regolamento (UE) n. 650/2012, volto a disciplinare tutti gli aspetti del diritto civile in materia di successione a causa di morte, ed è destinato ad essere utilizzato dagli eredi e/o dai legatari che vantino diritti diretti sulla successione apertasi in uno Stato e che debbano far valere la loro qualità di eredi o legatari in un altro Stato membro.

Nel caso di specie, tra una coppia di coniugi tedeschi vigeva un regime di comunione legale limitata agli incrementi patrimoniali realizzati in costanza di matrimonio. Alla morte del marito, la vedova chiede ad un notaio il rilascio del certificato successorio europeo per trascrivere il diritto di proprietà su un immobile sito in Svezia. Suddetto notaio trasmette la richiesta al Tribunale circoscrizionale di Schöneberg, dove il giudice respinge la domanda di certificato successorio europeo, in quanto la quota attribuita alla signora si fonda per un quarto su un regime successorio e per un altro quarto sul regime patrimoniale tra i coniugi previsto dal paragrafo 1371 del BGB (codice civile tedesco). A parere del Tribunale tedesco, quest’ultimo quarto, che riguarda un regime patrimoniale tra i coniugi e non la materia successoria, non rientrerebbe nell’ambito di applicazione del Regolamento (UE) n. 650/2012.

A seguito del ricorso proposto dalla donna avverso tale decisione, il Tribunale Superiore del Land di Berlino formula un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in cui chiede, in primo luogo, se l’ambito di applicazione del Regolamento (UE) in questione si riferisce anche a disposizioni di diritto nazionale che, disciplinando questioni inerenti ai regimi patrimoniali per il periodo successivo alla morte di un coniuge, prevedono l’aumento della quota successoria legale dell’altro. In secondo luogo, se la quota ereditaria del coniuge superstite può essere integralmente iscritta nel certificato successorio europeo.

La Corte ha dichiarato che “l’articolo 1, paragrafo 1, del Regolamento (UE) n. 650/2012 deve essere interpretato nel senso che rientra nell’ambito di applicazione di tale regolamento una disposizione nazionale, come quella in discussione nel procedimento principale, la quale preveda in caso di decesso di uno dei coniugi, un conguaglio forfettario degli incrementi patrimoniali realizzati in costanza di matrimonio mediante maggiorazione della quota ereditaria del coniuge superstite”.

Tale soluzione rispecchia l’orientamento della Corte secondo cui l’interpretazione autonoma ed uniforme di una norma europea deve essere effettuata tenendo in considerazione non solo i termini della disposizione stessa, ma anche il suo contesto e lo scopo perseguito. Il conseguimento dell’obiettivo del certificato successorio, infatti, sarebbe considerevolmente ostacolato nel caso in cui, questo, non comprendesse l’informazione completa relativa ai diritti del coniuge superstite concernenti la massa ereditaria.

La Corte di Giustizia ha evidenziato come la norma oggetto del procedimento principale abbia lo scopo di ripartire in modo forfettario i beni acquisiti durante il matrimonio, compensando la situazione di svantaggio risultante dall’interruzione del regime legale di comunione limitata agli incrementi patrimoniali a causa del decesso del coniuge, così evitando di dover determinare con precisione la composizione e il valore del patrimonio all’inizio e alla fine del matrimonio. Per tali ragioni, a parere della Corte, la norma nazionale che riguardi principalmente la successione del coniuge deceduto e non il regime patrimoniale tra coniugi si ricollega alla materia successoria ai fini dell’applicazione del Regolamento (UE) n. 650/2012.

Francesca Rosa

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: CGUE Causa C-558-2016

La Corte Costituzionale si pronuncia: l’art. 29 D.Lgs. 276/2003 si applica anche nei rapporti tra committente e subfornitore

Con la sentenza n. 254 del 6 dicembre scorso, la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla questione di legittimità costituzionale, sollevata in via incidentale dalla Corte di Appello di Venezia, dell’art. 29 D.Lgs. 276/2003.

Com’è noto, la norma dispone che il committente è obbligato in solido con l’appaltatore ed il subappaltatore a corrispondere ai lavoratori di questi ultimi i trattamenti retributivi ed i contributi previdenziali ed assicurativi in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto.

La Corte di merito, ritenendo che il citato art. 29 potesse essere applicato ai soli casi di appalto e subappalto, e non anche ai casi di subfornitura, in ragione della sua natura di norma eccezionale, ha ravvisato un potenziale contrasto della medesima con gli art. 3 e 36 della Costituzione, non ritenendo ragionevole che i dipendenti del subfornitore fossero privati della garanzia legale di cui possono godere, invece, i dipendenti dell’appaltatore e del subappaltatore.

Nell’affrontare la questione, la Corte Costituzionale ha preliminarmente dato conto dell’esistenza di due contrapposti orientamenti sul tema del rapporto tra appalto e subfornitura:

-secondo un primo orientamento, il contratto di subfornitura costituirebbe un “sottotipo” del contratto di appalto;

- secondo un altro indirizzo interpretativo, invece, il contratto di appalto e quello di subfornitura sarebbero del tutto autonomi e distinti tra loro.

Nonostante l’esistenza del descritto contrasto interpretativo, la Consulta ha osservato che entrambi gli orientamenti consentono l’estensione della responsabilità solidale del committente ai crediti di lavoro dei dipendenti del subfornitore.

E tanto in quanto la ratio dell’art. 29, consistente nell’evitare il rischio che i meccanismi di dissociazione tra titolarità del contrato di lavoro e utilizzazione della prestazione vadano a danno dei lavoratori utilizzati nell’esecuzione del contratto, “non giustifica una esclusione della predisposta garanzia nei confronti del dipendenti del subfornitore”.

Secondo la Corte Costituzionale, inoltre, l’eccezionalità della responsabilità del committente è tale solo rispetto alla disciplina ordinaria della responsabilità civile, ma non lo è più se riferita all’ambito dei rapporti di subfornitura.

La Consulta ha dunque dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale riferita alla norma in esame, atteso che essa è interpretabile, e deve essere interpretata, nel senso che “il committente è obbligato in solido (anche) con il subfornitore relativamente ai crediti lavorativi, contributivi e assicurativi dei dipendenti di questi”.

 

Monica Valinotti

Allegato: Corte Cost. 254 6_12_2017