Le conseguenze giuridiche del superamento della soglia finanziabile nel contratto di mutuo fondiario

La Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata sul tema dei contratti di mutuo fondiario che superano il limite di finanziabilità previsto dall’art. 38, secondo comma, del Dlgs. n. 385 del 1993 (Testo Unico Bancario).

Come noto, il mutuo fondiario ha per oggetto la concessione, da parte di banche, di finanziamenti a medio e lungo termine garantiti da ipoteca di primo grado su immobili (art. 38, comma 1 del T.U.B.). Il quantum finanziabile attraverso detta forma contrattuale è soggetto ad un limite, previsto dall’art. 38, comma 2, del T.U.B. Detta norma, infatti, dispone che: “La Banca d’Italia, in conformità delle deliberazioni del CICR, determina l’ammontare massimo dei finanziamenti, individuandolo in rapporto al valore dei beni ipotecati o al costo delle opere da eseguire sugli stessi, nonché le ipotesi in cui la presenza di precedenti iscrizioni ipotecarie non impedisce la concessione dei finanziamenti”.

Con la pronuncia n. 17352 del 13 luglio 2017 (qui allegata), la Cassazione ha affrontato il tema delle conseguenze giuridiche del superamento di detto limite. Secondo la Suprema Corte, l’ammontare massimo dei finanziamenti previsto dall’art. 38, comma 2, T.U.B., è un elemento essenziale del contratto e, come tale, costituisce un limite inderogabile all’autonomia privata. Tale previsione, infatti, tutela un interesse di natura pubblica, volto a regolare il quantum della prestazione creditizia al fine di favorire la mobilizzazione della proprietà immobiliare ed agevolare e sostenere l’attività di impresa. Per tali motivi, il contratto di mutuo fondiario che non rispetti il limite quantitativo previsto dall’art. 38, comma 2, T.U.B. e della delibera CICR, è nullo.

In conclusione, la Cassazione sottolinea che il contratto, se ricorrono i presupposti, può essere convertito in ordinario finanziamento ipotecario. In tal proposito, però, si precisa che il potere del giudice di rilevare d’ufficio la nullità non si estende anche alla conversione del contratto nullo, ai sensi dell’art. 1424 c.c. In questo caso, sarà necessaria la presentazione di un’istanza dalla parte nel primo momento utile successivo alla rilevazione della nullità (Cfr. anche Cass. Sez. Un. n. 26242/2014).

Allegato: Cass. 17352-2017

Nicola Petito

Studio Tabellini

Il rapporto finale della Commissione Europea sul commercio elettronico

Il 10 maggio 2017, la Commissione Europea ha pubblicato la relazione finale sull’indagine settoriale sul commercio elettronico. Il documento contiene i risultati finali della ricerca e tiene conto anche dei contributi ricevuti durante la fase di consultazione pubblica recentemente conclusasi.

Nel rapporto, diviso in due sezioni, sono riportati i dati definitivi sullo stato del commercio elettronico di beni e quello dei contenuti digitali nell’Unione Europea.

In generale, l’indagine conferma la forte crescita del commercio elettronico e l’impatto significativo che la maggiore trasparenza e concorrenza dei prezzi hanno avuto sulle strategie di distribuzione delle aziende e sul comportamento dei consumatori.

Riguardo il tema della vendita online di beni di consumo, è stato evidenziato che:

-          è in crescita la predisposizione di clausole restrittive, come quelle relative al prezzo, al divieto di vendita su determinate piattaforme online, a restrizioni sull’uso di strumenti di comparazione prezzo;

-          è in crescita il numero di produttori di beni che vendono direttamente i prodotti attraverso un proprio portale internet, ponendosi così in diretta competizione con i distributori;

-          i produttori prediligono un sistema di distribuzione selettiva, ossia permettono la distribuzione ai soli venditori autorizzati, così da controllare più efficacemente prezzi e qualità.

A tal proposito, la Commissione ha evidenziato che da un lato queste pratiche sono giustificabili poiché garantiscono una maggiore qualità dei prodotti, viceversa, dall’altro, limitano la scelta dei consumatori e la concorrenzialità dei prezzi. Per tale motivo, dunque, la Commissione ritiene che sarà necessario avviare un piano finalizzato ad assicurare il rispetto delle regole europee in tema di concorrenza, anche con riguardo a dette questioni.

Riguardo il settore della vendita di contenuti digitali, la Commissione ha confermato come il fattore chiave sia la concessione delle licenze dai titolari. A seconda del modello di licenza che si adotta, infatti, gli ostacoli alla concorrenza e alla crescita di modelli di distribuzione online di contenuti digitali variano notevolmente.

In particolare, in questo panorama, è stata confermata la rilevanza delle clausole di “geo-blocking”, che ormai sono adottate da quasi il 60 % dei titolari di diritti sui contenuti digitali. Attraverso l’inserimento di queste clausole nei contratti di licenza, è impedito ai consumatori di acquistare e accedere a contenuti digitali proveniente da altri Stati Membri dell’Unione Europea. Tale aspetto, chiaramente, determina una diminuzione della concorrenza e impedisce un rapido sviluppo del settore, motivo per cui, anche qui, sarebbe auspicabile un intervento europeo.

 

 Nicola Petito

Studio Tabellini

 

Allegato: Relazione finale sull’indagine settoriale sul commercio elettronico

Le Sezioni Unite sulla risarcibilità dei danni punitivi nell’ordinamento italiano

Con la sentenza n. 16601 del 5 luglio 2017, la Corte di Cassazione ha riconosciuto la compatibilità con l’ordinamento italiano delle sentenze straniere che impongono il risarcimento dei danni punitivi. L’occasione si è presentata nell’affrontare la questione relativa al riconoscimento in Italia di tre sentenze pronunciate negli Stati Uniti, riguardanti il risarcimento dei danni a seguito di un incidente motociclistico.

Negli ordinamenti anglosassoni, infatti, l’istituto dei danni punitivi è espressamente riconosciuto e consente al soggetto danneggiato di ottenere una somma ulteriore rispetto a quella necessaria a risarcire il danno subito. Tale voce, però, ha una connotazione prettamente punitiva, aspetto, questo, che rappresenta il motivo principale per cui la giurisprudenza di Cassazione, finora, ha considerato l’istituto incompatibile con l’ordinamento italiano. I giudici, infatti, ritenevano che il concetto di punizione del responsabile civile fosse estraneo all’istituto e che il diritto al risarcimento fosse esclusivamente connesso con l’effettivo pregiudizio subito dal titolare del diritto leso (Cass. 1781/2012).

Con la pronuncia in commento, però, le Sezioni Unite hanno rivisto il precedente orientamento, rilevando come la funzione sanzionatoria del risarcimento del danno non sia più considerabile incompatibile con i principi generali del nostro ordinamento. A sostegno di tale affermazione giungono le numerose disposizioni normative dal connotato tipicamente sanzionatorio del risarcimento introdotte dal Legislatore, che indicano come la strada sia ormai tracciata verso il riconoscimento dell’istituto dei danni punitivi in Italia. Tra di esse, ad esempio, il D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 140, comma 7, c.d. codice del consumo,l’art. 614 bis c.p.c., il D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104, art. 114, l’art. 18, comma 14, dello statuto dei lavoratori, la L. 27 luglio 1978, n. 392, art. 31, comma 2, l’art. 709 ter c.p.c., n. 4, la L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 158, e il D.Lgs. 10 febbraio 2005, n. 30, art. 125 (cfr. Cass. 7613/2015 e Cass. 9978/2016).

La Cassazione, però, ha precisato che dovranno rimanere saldi i principi desumibili dagli artt. 23 e 25 della Costituzione e dall’art. 7 CEDU: occorrerà che la risarcibilità dei danni punitivi sia fondata sul dato normativo. Le sentenze straniere, dunque, saranno compatibili con il concetto di ordine pubblico solo ove detti parametri siano rispettati: devono essere fondate su un dato normativo, che garantisca la tipicità dei casi di condanna, la loro prevedibilità e i limiti quantitativi del risarcimento.

Le Sezioni Unite, dunque, hanno concluso riconoscendo che accanto alla preponderante funzione compensativo-riparatoria dell’istituto della responsabilità civile è emersa una natura polifunzionale dello stesso istituto che si proietta verso più aree, tra cui quella preventiva e quella sanzionatorio – punitiva.

 Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: Cass. S.S.U.U. 16601-2017

La responsabilità solidale della banca in caso di ricorso abusivo al credito

Con la sentenza n. 9983 del 20 aprile 2017, la Corte di Cassazione si è pronunciata sul tema del ricorso abusivo al credito, affermando che l’istituto bancario che concede abusivamente credito ad una società in dissesto può essere considerato responsabile in solido con gli amministratori della società stessa.

Nel caso di specie, il curatore fallimentare aveva convenuto in giudizio gli amministratori della società fallita, che avevano continuato a ricorrere al credito nonostante l’evidente dissesto, e tre istituti bancari, ritenuti colpevoli per aver concesso abusivamente credito nonostante l’insolvenza della società.

Secondo la Suprema Corte, il ricorso abusivo al credito determina il travalicamento dei confini dell’accorta gestione imprenditoriale da parte dell’amministratore della società finanziata e, al contempo, ove sia stata accertata la perdita del capitale di questa, integra un illecito concorrente della banca. Gli istituti bancari, infatti, in ossequio all’art. 105 del Testo Unico in materia bancaria, devono seguire principi di “sana e prudente gestione valutando il merito di credito in base a informazioni adeguate”. Tale principio non può considerarsi rispettato ove una banca conceda credito ad una società nonostante la situazione di dissesto. L’istituto di credito, pertanto, può essere considerato responsabile nei confronti della società, in solido con i suoi amministratori, per il danno scaturente dall’attività illecita. La condotta della banca, infatti, correlata alla mala gestio dell’amministratore, può comportare un ritardo nell’emersione dell’insolvenza e determinare un aggravamento della situazione patrimoniale della società.

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: Cass. 9983-2017

La manovra correttiva 2017 ammette le Pmi-Srl alla raccolta del capitale mediante crowdfunding

Con la manovra correttiva 2017 il Legislatore italiano ha esteso alle Pmi (piccole e medie imprese) costituite in forma di società a responsabilità limitata la possibilità di raccogliere capitale mediante piattaforme di crowdfunding, accessibili al pubblico mediante internet (art. 57, comma 1, del Decreto Legge 50/2017). Tale modalità di raccolta di capitale era stata inizialmente introdotta per le sole “startup innovative” (art. 25, Decreto Legge 179/2012), per essere poi estesa alle “Pmi innovative” (art. 4 Decreto Legge 3/2015) ed infine ad ogni Pmi (art. 1, comma 70, Legge n. 232/2016). Le Pmi costituite in forma di Srl, tuttavia, rimanevano escluse da quest’ultima previsione normativa in virtù del divieto posto dall’art. 2468 c.c. secondo il quale che “le partecipazioni dei soci non possono essere rappresentate da azioni né costituire oggetto di offerta al pubblico di prodotti finanziari”. Con la manovra correttiva, il Legislatore italiano supera l’ostacolo disponendo (con una modifica all’art. 26, comma 5, del Decreto Legge 179/2012) ora che: “In deroga a quanto previsto dall’articolo 2468, comma primo, del codice civile, le quote di partecipazione in PMI costituite in forma di società a responsabilita’ limitata possono costituire oggetto di offerta al pubblico di prodotti finanziari, anche attraverso i portali per la raccolta di capitali di cui all’articolo 30 del presente decreto, nei limiti previsti dalle leggi speciali.”

Il Legislatore è intervenuto anche su altri aspetti concernenti la disciplina delle società a responsabilità limitata, con l’obiettivo di aumentare l’attrattività degli investimenti nel capitale di tali società.

Innanzitutto è stato previsto che lo statuto delle Pmi-Srl potrà prevedere quote di partecipazione di capitale sociale dotate di diritti diversi, in deroga all’art. 2468 c.c., commi 2 e 3 (nuovo art. 26, comma 2, Dl 179/2012). Nello specifico, si potranno prevedere quote che i) attribuiscano diritti sociali in misura non proporzionale all’entità della quota di partecipazione da cui detti diritti derivano, ii) di entità non proporzionale ai conferimenti effettuati per conseguirle, ovvero che iii) attribuiscono ai titolari delle quote stesse “particolari diritti” riguardanti l’amministrazione della società o la distribuzione degli utili. Inoltre, la manovra correttiva ha stabilito che l’art. 2474 c.c., che pone il divieto di operazioni sulle proprie partecipazioni, non trova applicazione qualora l’operazione sia compiuta in attuazione di piani di incentivazione che prevedano l’assegnazione di quote di partecipazione a dipendenti, collaboratori o componenti dell’organo amministrativo, prestatori di opera e servizi anche professionale (nuovo articolo 26, comma 6, Decreto Legge 179/2012).

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: Normativa raccolta capitale Srl

L’inammissibilità del ricorso in Cassazione contrario ad orientamento consolidato

Con la sentenza a Sezioni Unite n. 7155 del 21/03/2017 la Corte di Cassazione si è pronunciata ancora una volta sui requisiti per l’ammissibilità del Ricorso in Cassazione (art. 360 bis c.p.c., n. 1.), La legge dispone che “Il ricorso [in Cassazione] è inammissibile: 1) quando il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa“. La norma è al centro di un contrasto giurisprudenziale. Sebbene dalla lettera della norma sembri evidente che essa introduca una specifica ipotesi di inammissibilità dell’impugnazione (art. 375 c.p.c. n. 5), parte della dottrina e della giurisprudenza hanno affermato che si tratterebbe, al contrario, di un’ipotesi di manifesta infondatezza ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 1. Negli ultimi anni, infatti, numerose pronunce della Corte di Cassazione, anche a Sezioni Unite, si sono espresse in tal senso, per esempio Cass. S.U. n. 19051 del 06/09/2010 e Cass. n. 5442 del 18/03/2016.

Nella sentenza in commento, invece, la Suprema Corte ha rovesciato il suo stesso precedente orientamento, affermando che,  allorquando i motivi di ricorso censurino capi di  una sentenza che si siano espressi coerentemente con l’orientamento della giurisprudenza della Corte di Cassazione, è integrata un’ipotesi di inammissibilità ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 1 e non di manifesta infondatezza ex art. 375 c.p.c., n. 5.

Le Sezioni Unite pongono come punto di partenza del proprio ragionamento il dato letterale dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, “che si esprime in termini del tutto inequivoci nel senso dell’inammissibilità”. In più, a parere della Corte, l’orientamento precedente va superato poiché “non è più ormai condivisibile l’idea secondo la quale l’inammissibilità del ricorso potrebbe sussistere solo in presenza di difetti attinenti alla struttura formale del ricorso medesimo o alle modalità in cui il suo contenuto è espresso, restando estranea alla figura dell’inammissibilità ogni valutazione che attinga il merito.” A sostegno di ciò, la Cassazione adduce il crescente uso che il legislatore fa della categoria dell’inammissibilità per facilitare una decisione in limine litis, anche in presenza di ragioni di merito che risultino agevolmente percepibili e siano perciò suscettibili di un più snello iter motivazionale.

La questione della formula definitoria dell’art. 360 bis c.p.c. n. 1 non è meramente di tipo terminologico: in caso di qualificazione come rigetto la Corte non potrebbe esimersi dall’esaminare anche un eventuale ricorso tardivo proposto dal controricorrente, viceversa, l’inammissibilità comporta l’inefficacia del controricorso tardivo in applicazione dell’art. 334 c.p.c., comma 2.

Nicola Petito

Studio Tabellini

 Allegato: Cass. Civ. SS.UU. 7155-2017

The application of the Directive 86/653 can be limited to commercial agents who mainly operate in State Members according to the European Court of Justice

On the 16th of February, the European Court of Justice delivered a judgement concerning the applicability of the European Directive 86/653 (“Council Directive of 18 December 1986 on the coordination of the laws of the Member States relating to self-employed commercial agents”) to a commercial agent established in a Non-Member State, the principal of which is established in a Member State.

The judgement of the ECJ originated from a reference for a preliminary ruling requested in proceedings between Agro Foreign Trade & Agency Ltd, established in Turkey, and Petersime NV, established in Belgium, concerning payment of various forms of compensation owed as a consequence of the termination, by Petersime, of the commercial agency contract between those two companies.

The referring Court considered that the territorial scope of the Belgian Law of 1995, which transposes EU Directive 86/653 into Belgian legal system, is limited to commercial agents principally established in Belgium, regardless of the fact that the parties may have designated Belgian law in general as the applicable law. Therefore, in this case, the rights provided by Directive 86/653, including those related to compensation, wouldn’t apply. However the Belgian Court deferred the issue to the European Court of Justice asking to state with regard to the compatibility of such a national law with the Directive 86/653.

The European Court stated that Directive 86/653 must be interpreted as not precluding national legislation transposing that directive into the law of the Member State concerned, which excludes from its scope of application a commercial agency contract in the context of which the commercial agent is established in Non-member State, where it carries out activities under that contract, and the principal is established in that Member State, so that, in such circumstances, the commercial agent cannot rely on rights which that directive guarantees to commercial agents after the termination of such a commercial agency contract.

 

Nicola Petito

Studio Tabellini

Attachment: ECJ Judgment – C507-15

Il progetto di riforma della disciplina della crisi di impresa e dell’insolvenza

La Camera dei Deputati ha recentemente approvato il disegno di legge delega concernente la “riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza”. L’obiettivo perseguito dal Legislatore è di modernizzare ed efficientare la disciplina della crisi di imprese, delegando il governo ad intervenire sulla Legge Fallimentare (R.D. n. 267 del 1942), sulla disciplina delle crisi da sovraindebitamento (Legge n. 3 del 2012) e sul sistema dei privilegi e delle garanzie.

Il disegno di legge, in caso di positiva conclusione dell’iter parlamentare, delegherà il governo alla riforma di molteplici aspetti della normativa in tema di crisi di impresa. In primo luogo, è da sottolineare l’attenzione particolare posta dal Legislatore sulla fase antecedente al fallimento: dovrà essere predisposto un sistema di “allerta della crisi” che, facendo emergere anticipatamente lo stato di crisi e agevolandone la composizione assistita, consenta di evitare il fallimento (art. 4).

Un ampio spazio del disegno di legge delega è riservato alla riforma del concordato preventivo (art. 5) e del fallimento (art. 6). Riguardo quest’ultimo – che sarà tra l’altro rinominato “liquidazione giudiziale” -, il legislatore ha previsto modifiche concernenti la disciplina dei rapporti pendenti, la figura del curatore, di cui ha ampliato anche la legittimazione a proporre azioni di responsabilità, ed altre misure volte ad assicurare la trasparenza e la rapidità dell’accertamento del passivo e della conclusione della procedura concorsuale.

Anche il sistema dei privilegi sarà modificato: l’art. 10 del disegno di legge dispone che il governo dovrà ridurre le ipotesi di privilegio generale e speciale, eliminando quanto non più attuale.

Il legislatore ha previsto, altresì, che il governo dovrà istituire una nuova forma di garanzia mobiliare non possessoria.

Infine, il disegno di legge prevede che il governo dovrà colmare la lacuna legislativa in tema di fallimento di gruppi di imprese (art. 3), modificare le norme in tema di esdebitazione (art. 8), di sovraindebitamento (art. 9), di liquidazione coatta amministrativa (art. 14) ed in tema di accordi di ristrutturazione del debito (art. 5) al fine di incentivarne la proposizione.

 

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: Disegno di legge delega in tema di crisi di impresa

L’ammissibilità della clausola compromissoria nel buying agency agreement

La Corte di Cassazione, Sezioni Unite civili, con la sentenza n. 27072 del 28 dicembre 2016, ha statuito l’ammissibilità nel buying agency agreement di una clausola compromissoria che deroghi alla giurisdizione italiana e devolva le controversie a giudici o arbitri stranieri.

Tale conclusione è la conseguenza della qualificazione del buying agency agreement operata dalla Suprema Corte, secondo cui questa fattispecie contrattuale, frequentemente conclusa tra società italiane e società estere, non è sussumibile nel contratto di agenzia, ma rappresenta un contratto atipico, integrante elementi di molteplici schemi contrattuali tipici, tra cui il contratto d’opera, di mandato e di appalto.

La questione approdata alle Sezioni Unite aveva avuto origine dall’atto di citazione in giudizio dinnanzi al Tribunale di Firenze con cui una società italiana aveva chiesto la condanna di una società statunitense al pagamento di indennità, provvigioni e risarcimento dei danni per ingiustificato recesso dal contratto di buying agency agreement. La questione della giurisdizione si era presentata da subito complessa: il Tribunale aveva dichiarato il proprio difetto di giurisdizione in favore del giudice statunitense, la decisione era stata riformata dalla Corte d’Appello, ed il successivo ricorso in Cassazione dell’appellata dichiarato inammissibile.

Riassunto il giudizio, il Tribunale aveva verificato la presenza nel contratto di una clausola compromissoria, devolvendo pertanto la vertenza al collegio arbitrale dello Stato di New York, ed il provvedimento era stato confermato dalla Corte di Appello. Tale decisione discende dalla qualificazione del rapporto contrattuale su cui verteva la controversia: la clausola era stata giudicata valida poiché, secondo i giudici, le parti avevano voluto concludere un contratto promiscuamente atipico. Viceversa, se i giudici avessero ricondotto il contratto nello schema tipico del contratto di agenzia, la deroga convenzionale alla giurisdizione italiana non sarebbe stata ammissibile in virtù di norme imperative del codice civile italiano.L’art. 4, comma 2, della Legge 218 del 1995, infatti, ammette tale deroga solo ove questa sia provata per iscritto e la causa verta su diritti disponibili. Nel contratto di agenzia, però, i diritti nascenti dall’art. 1751 cod. civ., relativi all’indennità di cessazione del rapporto, sono indisponibili e, pertanto, precludono l’ammissibilità della clausola compromissoria.

La società italiana aveva presentato ricorso in Cassazione, contestando la mancata sussunzione della fattispecie concreta nello schema tipico del contratto di agenzia, elemento centrale che aveva determinato l’ammissibilità della deroga convenzionale alla giurisdizione italiana in favore di quella arbitrale statunitense. La Cassazione ha posto fine alla vicenda processuale confermando la sentenza impugnata: nel contratto di agenzia non è possibile prevedere una clausola compromissoria in virtù delle norme imperative operanti nell’ordinamento italiano, viceversa, l’inclusione di clausole di tale natura nel buying agency agreement è ammissibile stante la sua non inquadrabilità nello schema del contratto di agenzia e la conseguente mancata operatività di predette norme.

Nicola Petito

Studio Tabellini

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Il progetto della Commissione europea per un nuovo approccio all’insolvenza delle imprese in Europa

La Commissione europea ha recentemente presentato il progetto di una direttiva europea (che si allega qui in copia) finalizzata ad armonizzare le regole sull’insolvenza e a facilitare i salvataggi aziendali. Il progetto è parte dell’ampio piano d’azione della Commissione europea sull’Unione dei mercati dei capitali e della strategia per il mercato unico. L’intento della direttiva in progetto è di diffondere tra gli ordinamenti normativi nazionali dell’Unione europea un approccio all’insolvenza caratterizzato da strumenti di ristrutturazione precoce, che evitino il fallimento e sostengano crescita ed occupazione.

La direttiva proposta è incentrata principalmente su tre elementi:

  • principi comuni che favoriscano l’approccio verso una ristrutturazione precoce, per consentire alle imprese di continuare la loro attività e preservare l’occupazione;
  • norme che garantiscano vantaggi agli imprenditori, principalmente attraverso lo sgravo dei debiti dopo un periodo massimo di tre anni;
  • misure per aumentare l’efficienza delle procedure di insolvenza, ristrutturazione e sgravio previste dagli Stati membri, così da ridurne la durata, i costi e aumentare la certezza del diritto.

Gli organi della Commissione hanno avviato i lavori sulla direttiva in considerazione del fatto che i quadri normativi degli Stati membri sono ancora caratterizzati da molteplici diversità e molti di essi sono inefficienti e carenti di strumenti di ristrutturazione precoce delle imprese. Il precedente intervento del Legislatore europeo, infatti, il Regolamento 2015/848 del 25 maggio 2015, non ha armonizzato le norme sostanziali in tema di insolvenza, ma si è concentrato sulla risoluzione dei conflitti di competenza, sulle normative da applicare nei casi di rilievo transfrontaliero e sul riconoscimento delle sentenze straniere.

 Nicola Petito

Studio Tabellini

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