La nullità del mutuo fondiario per superamento del limite di finanziabilità e l’eventuale possibilità di conversione in contratto di mutuo ordinario

La Corte di Cassazione si è pronunciata sul tema della nullità del contratto di mutuo fondiario per superamento del limite di finanziabilità. Tale limite è fissato dall’art. 38 del D.Lgs. n. 385 del 1993, il quale, al secondo comma, prevede che la Banca d’Italia, in conformità alle deliberazioni del CICR, determini l’ammontare massimo dei finanziamenti, nonché le ipotesi in cui la presenza di precedenti iscrizioni ipotecarie non impedisca la concessione di finanziamenti.

La controversia, in origine, aveva ad oggetto la domanda d’insinuazione “in via privilegiata ipotecaria” nel passivo fallimentare di una S.r.l., presentata da una nota Banca per un credito assunto come derivante da un’operazione di mutuo fondiario.

Il giudice delegato, su proposta del curatore, aveva respinto il ricorso sul rilievo del superamento in sede di erogazione dei limiti di finanziabilità stabiliti dalla legge. Nel confermare la predetta decisione adottata dal giudice delegato, il Tribunale di Cagliari ribadiva l’orientamento della giurisprudenza secondo il quale “in difetto di prova positiva della conformità del contratto di mutuo fondiario alle prescrizioni dell’art. 38 TUB, il contratto è affetto da nullità, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 1418 c.c.”.

Il Tribunale precisava, inoltre, che ai fini della prova dell’invalidità del contratto difforme, è necessario il controllo del rispetto di tale limite, pertanto, laddove una Banca decida di insinuarsi al passivo del debitore in ragione di un credito derivante da un mutuo fondiario, questa è onerata della prova del rispetto di tale limite. Nel caso di specie, a parere del Tribunale, tale prova non era stata raggiunta.

La Banca proponeva, quindi, ricorso in Cassazione, avente ad oggetto, tra i tanti, due motivi concernenti, uno, la violazione e/o falsa applicazione di legge in ordine all’art. 38 TUB e all’art. 1418 c.c., contestando la dichiarazione di nullità del mutuo fondiario, resa dal decreto impugnato, per superamento del limite di finanziabilità dell’80%; l’altro, invece, censurava la mancata conversione – ex art. 1424 c.c. – del mutuo fondiario nullo in mutuo ipotecario ordinario.

Quanto al primo motivo, la ricorrente assumeva che la normativa di cui all’art. 38 TUB non persegue fini di carattere generale, ma specifici dell’ordinamento bancario – a tutela delle banche – pertanto, la violazione del limite di finanziabilità dovrebbe trovare sanzione sul piano della responsabilità, senza produrre la nullità dei contratti.

La Corte di Cassazione, non accogliendo tale primo motivo di ricorso, ha confermato il suo precedente orientamento – si veda, ad esempio, la recente pronuncia del 13 luglio 2017, n. 17352 – secondo il quale il superamento del limite di finanziabilità determina la nullità del mutuo fondiario, precisando che la scelta di fissare il limite di finanziabilità alla soglia dell’80% del valore dell’immobile risponde ad una scelta di “politica economica” e persegue l’obiettivo di circoscrivere il rischio di sopravvalutare il bene “mobilizzato”, insito in un simile tipo di operatività del credito.

Quanto, poi, al secondo motivo, la Corte di Cassazione, seppur concorde nella possibilità della conversione, ha escluso la conversione automatica, sul presupposto che, per poter procedere ad una effettiva conversione di un mutuo fondiario nullo in un mutuo valido, occorre svolgere un puntuale esame del contesto delle circostanze proposte dal caso concreto, al fine di valutare se il credito sia stato erogato nella consapevolezza, o meno, del fatto che il valore dell’immobile non raggiungesse la soglia richiesta dalla legge ovvero se il conseguimento dei peculiari “vantaggi fondiari” abbia costituito la ragione unica, o comunque determinante, dell’operazione. Nel caso di specie, a parere della Corte, emergeva la chiara volontà delle parti di porre in essere non un qualunque mutuo, bensì un fondiario.

In conclusione, quindi, la Suprema Corte ha voluto chiarire che il mancato rispetto del limite di finanziabilità, ex art. 38 TUB, in tema di mutuo fondiario, determina la nullità di quest’ultimo, fatta salva la possibilità della sua conversione in ordinario finanziamento ipotecario, qualora, tenuto conto dell’intento delle parti e delle circostanze del caso concreto, emerga che il conseguimento dei peculiari “vantaggi fondiari” non abbia costituito la ragione unica o determinante dell’operazione.

Simona Marando

Studio Tabellini

Allegato: Cass. 11201-2018

L’esercizio del diritto di recesso non può prescindere dall’osservanza del principio di buona fede ex art. 1375 c.c.

La Corte di Appello di Roma si è pronunciata sul tema dell’esercizio del diritto di recesso nei rapporti contrattuali di durata e sulla necessità che avvenga nel rispetto del principio di buona fede.

La controversia all’origine della pronuncia atteneva al recesso di una nota casa automobilistica francese da numerosi contratti di distribuzione con suoi concessionari, ritenuto da questi ultimi illegittimo in quanto abusivo e contrario al dovere di correttezza e buona fede nell’esecuzione dei rapporti contrattuali.

Il Giudice di primo grado aveva rigettato la tesi dei concessionari ritenendo che il produttore fosse legittimato a recedere in virtù delle clausole contrattuali e che per la legittimità dell’esercizio del diritto di recesso fosse sufficiente il rispetto del termine di preavviso.

Questa impostazione era stata confermata in secondo grado, ma poi rivista nel successivo grado di legittimità.

La Corte di Cassazione adita dai concessionari soccombenti nei due gradi di merito aveva infatti statuito che il diritto di recesso, seppur non sindacabile sotto il profilo teleologico, concretandosi in una scelta strategica del relativo titolare, non si sottrae ad un controllo in relazione alle modalità del suo esercizio. Tale esercizio deve essere parametrato al canone della buona fede, che permane quale fondamentale criterio di valutazione del comportamento delle parti nell’esecuzione del contratto ai sensi dell’art. 1375 c.c.

Proseguendo nel ragionamento, la Corte di Cassazione aveva affermato che “l’obbligo di buona fede oggettiva costituisce un autonomo dovere giuridico che si esplica nell’imporre a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra, a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali”. Di talché, il principio di buona fede oggettiva rappresenta uno strumento che il giudice deve utilizzare, anche in senso modificativo o integrativo dello statuto negoziale, per garantire il rispetto del giusto equilibrio tra gli opposti interessi delle parti del contratto.

Alla luce di questo principio di diritto, la causa era stata rinviata alla Corte di Appello di Roma al fine di accertare quali nel caso di specie fossero state le condotte delle parti e se esse potessero o meno essere considerate conformi ai citati doveri di correttezza e buona fede.

I giudici della Corte di Appello di Roma, dunque, adeguandosi alla pronuncia del giudice di legittimità,  hanno effettuato un controllo sulle modalità di esercizio del diritto di recesso nel caso concreto. Ed hanno riscontrato che nello specifico il breve lasso di tempo intercorso tra la comunicazione del recesso – con un preavviso, seppur contrattualmente previsto, di appena 12 mesi – e la previa avvenuta imposizione di investimenti ed obiettivi minimi di vendita aveva impedito ai distributori di ammortizzare gli investimenti sostenuti per l’esecuzione del contratto.

I medesimi giudici hanno poi appurato che la concedente nel recedere dal contratto aveva frustrato l’affidamento ingenerato nei concessionari poco tempo prima, quando sottoscrivendo con loro patti aggiuntivi li aveva indotti a ritenere che il rapporto sarebbe proseguito ulteriormente.

Sulla scorta di queste constatazioni, la Corte di Appello di Roma ha giudicato contraria a correttezza e buona fede la condotta della concedente e la ha condannata al risarcimento del danno.

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: Sentenza Corte d’Appello di Roma 24-10-17

La Corte di Giustizia Europea si pronuncia: l’art. 17 della Direttiva 86/653 CEE è applicabile anche nel caso di risoluzione del contratto di agenzia commerciale avvenuta nel corso del periodo di prova pattuito nel contratto stesso

Con la sentenza del 19 aprile 2018, la Corte di Giustizia Europea si è pronunciata sulla causa C-645/16 aderendo alle conclusioni presentate, nell’ottobre 2017, dall’Avvocato generale Maciej Szpunar, in merito all’applicabilità dell’art. 17 della Direttiva 86/653 CEE al caso di estinzione del contratto di agenzia commerciale intervenuta durante il periodo di prova ivi pattuito.

È opportuno ricordare che la domanda di pronuncia pregiudiziale perveniva dalla Cour de Cassation francese, la cui giurisprudenza maggioritaria ritiene che l’agente commerciale non goda di alcuna indennità qualora la risoluzione del contratto d’agenzia commerciale avvenga durante il periodo di prova, sul presupposto che, in tale periodo, il contratto non è ancora definitivamente concluso.

Secondo la Corte di Giustizia Europea, tale interpretazione non trova alcun fondamento nella Direttiva 86/653, la quale, al contrario, è applicabile sin dal momento della conclusione di un contratto tra preponente e agente commerciale, anche laddove il contratto preveda un periodo di prova.

Le conclusioni della Corte di Giustizia Europea muovono dal presupposto che, al fine di poter giungere ad una corretta interpretazione dell’art. 17 della Direttiva 86/653, occorre tener conto, al contempo, della sua formulazione, del suo contesto e delle sue finalità.

Quanto alla formulazione, invero, dal tenore dell’art. 17, paragrafi 2 e 3, Direttiva 86/653, risulta che la disciplina dell’indennità e del risarcimento del danno è volta a indennizzare l’agente commerciale per le prestazioni compiute, di cui il preponente continui a beneficiare anche successivamente alla risoluzione del rapporto contrattuale, ovvero per gli oneri e le spese sostenuti ai fini delle prestazioni medesime. Conseguentemente, laddove ricorrano le condizioni indicate nei predetti paragrafi, all’agente non possono essere negati l’indennità o il risarcimento per il solo fatto che la cessazione del contratto di agenzia abbia avuto luogo durante il periodo di prova.

Ad ulteriore sostegno di tale tesi, giunge il contesto normativo in cui è inserito l’art. 17 della Direttiva 86/653. Occorre tener presente, infatti, che l’art. 18 della Direttiva 86/653, il quale elenca tassativamente le ipotesi in cui l’indennità o il risarcimento non sono dovuti, non menziona, tra queste, la risoluzione del contratto nel periodo di prova. L’art. 19, inoltre, vieta alle parti di derogare, prima della scadenza del contratto, agli articoli 17 e 18 della Direttiva a detrimento dell’agente commerciale. Pertanto, se la pattuizione di un periodo di prova nell’ambito di un contratto di agenzia commerciale avesse l’effetto di determinare l’inapplicabilità del diritto all’indennità ed al risarcimento, previsto dall’art. 17 della Direttiva 86/653, ciò costituirebbe una deroga a detrimento dell’agente.

L’interpretazione della Corte è altresì sostenuta dalle finalità della Direttiva 86/653. Occorre ricordare, invero, che essa ha come obiettivo la tutela dell’agente commerciale nelle relazioni con il preponente e, in particolare, secondo la giurisprudenza della Corte, gli articoli dal 17 al 19 della medesima Direttiva sono diretti alla tutela dell’agente commerciale successivamente alla cessazione del contratto di agenzia commerciale. Pertanto, a parere dei giudici della Corte, l’interpretazione secondo cui nessuna indennità o nessun risarcimento siano dovuti nel caso in cui la risoluzione del contratto di agenzia commerciale avvenga durante il periodo di prova, risulterebbe in contrasto con la finalità della direttiva stessa.

Alla luce delle predette considerazioni, in risposta alla questione sollevata dalla Cour de Cassation francese, la Corte di Giustizia Europea ha dichiarato che l’art. 17 della Direttiva 86/653 dev’essere interpretato nel senso che la disciplina dell’indennità e del risarcimento ivi prevista, rispettivamente ai paragrafi 2 e 3, è applicabile anche nel caso in cui la cessazione del contratto di agenzia abbia luogo nel corso del periodo di prova pattuito nel contratto stesso.

Simona Marando

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: Sentenza Corte di Giustizia Europea C-645-16

La Corte di Giustizia dell’Unione europea si è pronunciata sui confini di applicabilità del Reg. 650/2012 in materia di certificato successorio europeo

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sez. II, si è pronunciata il 1 marzo 2018 sulla causa C-558/16, concernente la possibilità di far figurare nel certificato successorio europeo la quota ereditaria del coniuge superstite. Detto certificato è stato introdotto dal Regolamento (UE) n. 650/2012, volto a disciplinare tutti gli aspetti del diritto civile in materia di successione a causa di morte, ed è destinato ad essere utilizzato dagli eredi e/o dai legatari che vantino diritti diretti sulla successione apertasi in uno Stato e che debbano far valere la loro qualità di eredi o legatari in un altro Stato membro.

Nel caso di specie, tra una coppia di coniugi tedeschi vigeva un regime di comunione legale limitata agli incrementi patrimoniali realizzati in costanza di matrimonio. Alla morte del marito, la vedova chiede ad un notaio il rilascio del certificato successorio europeo per trascrivere il diritto di proprietà su un immobile sito in Svezia. Suddetto notaio trasmette la richiesta al Tribunale circoscrizionale di Schöneberg, dove il giudice respinge la domanda di certificato successorio europeo, in quanto la quota attribuita alla signora si fonda per un quarto su un regime successorio e per un altro quarto sul regime patrimoniale tra i coniugi previsto dal paragrafo 1371 del BGB (codice civile tedesco). A parere del Tribunale tedesco, quest’ultimo quarto, che riguarda un regime patrimoniale tra i coniugi e non la materia successoria, non rientrerebbe nell’ambito di applicazione del Regolamento (UE) n. 650/2012.

A seguito del ricorso proposto dalla donna avverso tale decisione, il Tribunale Superiore del Land di Berlino formula un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in cui chiede, in primo luogo, se l’ambito di applicazione del Regolamento (UE) in questione si riferisce anche a disposizioni di diritto nazionale che, disciplinando questioni inerenti ai regimi patrimoniali per il periodo successivo alla morte di un coniuge, prevedono l’aumento della quota successoria legale dell’altro. In secondo luogo, se la quota ereditaria del coniuge superstite può essere integralmente iscritta nel certificato successorio europeo.

La Corte ha dichiarato che “l’articolo 1, paragrafo 1, del Regolamento (UE) n. 650/2012 deve essere interpretato nel senso che rientra nell’ambito di applicazione di tale regolamento una disposizione nazionale, come quella in discussione nel procedimento principale, la quale preveda in caso di decesso di uno dei coniugi, un conguaglio forfettario degli incrementi patrimoniali realizzati in costanza di matrimonio mediante maggiorazione della quota ereditaria del coniuge superstite”.

Tale soluzione rispecchia l’orientamento della Corte secondo cui l’interpretazione autonoma ed uniforme di una norma europea deve essere effettuata tenendo in considerazione non solo i termini della disposizione stessa, ma anche il suo contesto e lo scopo perseguito. Il conseguimento dell’obiettivo del certificato successorio, infatti, sarebbe considerevolmente ostacolato nel caso in cui, questo, non comprendesse l’informazione completa relativa ai diritti del coniuge superstite concernenti la massa ereditaria.

La Corte di Giustizia ha evidenziato come la norma oggetto del procedimento principale abbia lo scopo di ripartire in modo forfettario i beni acquisiti durante il matrimonio, compensando la situazione di svantaggio risultante dall’interruzione del regime legale di comunione limitata agli incrementi patrimoniali a causa del decesso del coniuge, così evitando di dover determinare con precisione la composizione e il valore del patrimonio all’inizio e alla fine del matrimonio. Per tali ragioni, a parere della Corte, la norma nazionale che riguardi principalmente la successione del coniuge deceduto e non il regime patrimoniale tra coniugi si ricollega alla materia successoria ai fini dell’applicazione del Regolamento (UE) n. 650/2012.

Francesca Rosa

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: CGUE Causa C-558-2016

La Corte Costituzionale si pronuncia: l’art. 29 D.Lgs. 276/2003 si applica anche nei rapporti tra committente e subfornitore

Con la sentenza n. 254 del 6 dicembre scorso, la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla questione di legittimità costituzionale, sollevata in via incidentale dalla Corte di Appello di Venezia, dell’art. 29 D.Lgs. 276/2003.

Com’è noto, la norma dispone che il committente è obbligato in solido con l’appaltatore ed il subappaltatore a corrispondere ai lavoratori di questi ultimi i trattamenti retributivi ed i contributi previdenziali ed assicurativi in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto.

La Corte di merito, ritenendo che il citato art. 29 potesse essere applicato ai soli casi di appalto e subappalto, e non anche ai casi di subfornitura, in ragione della sua natura di norma eccezionale, ha ravvisato un potenziale contrasto della medesima con gli art. 3 e 36 della Costituzione, non ritenendo ragionevole che i dipendenti del subfornitore fossero privati della garanzia legale di cui possono godere, invece, i dipendenti dell’appaltatore e del subappaltatore.

Nell’affrontare la questione, la Corte Costituzionale ha preliminarmente dato conto dell’esistenza di due contrapposti orientamenti sul tema del rapporto tra appalto e subfornitura:

-secondo un primo orientamento, il contratto di subfornitura costituirebbe un “sottotipo” del contratto di appalto;

- secondo un altro indirizzo interpretativo, invece, il contratto di appalto e quello di subfornitura sarebbero del tutto autonomi e distinti tra loro.

Nonostante l’esistenza del descritto contrasto interpretativo, la Consulta ha osservato che entrambi gli orientamenti consentono l’estensione della responsabilità solidale del committente ai crediti di lavoro dei dipendenti del subfornitore.

E tanto in quanto la ratio dell’art. 29, consistente nell’evitare il rischio che i meccanismi di dissociazione tra titolarità del contrato di lavoro e utilizzazione della prestazione vadano a danno dei lavoratori utilizzati nell’esecuzione del contratto, “non giustifica una esclusione della predisposta garanzia nei confronti del dipendenti del subfornitore”.

Secondo la Corte Costituzionale, inoltre, l’eccezionalità della responsabilità del committente è tale solo rispetto alla disciplina ordinaria della responsabilità civile, ma non lo è più se riferita all’ambito dei rapporti di subfornitura.

La Consulta ha dunque dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale riferita alla norma in esame, atteso che essa è interpretabile, e deve essere interpretata, nel senso che “il committente è obbligato in solido (anche) con il subfornitore relativamente ai crediti lavorativi, contributivi e assicurativi dei dipendenti di questi”.

 

Monica Valinotti

Allegato: Corte Cost. 254 6_12_2017

Acquisto di immobili da costruire: la Corte Costituzionale chiarisce che l’obbligo di rilascio di polizza fideiussoria di cui al D.Lgs. n. 122/2005 sussiste solo in presenza di permesso di costruire

Con la pronuncia n. 32 del 19 febbraio 2018, la Corte Costituzionale si è pronunciata in materia di tutela dei diritti patrimoniali degli acquirenti di immobili da costruire di cui al D.Lgs. 122/2005.

L’intervento della Corte è giunto a seguito dell’ordinanza di rimessione resa dal Tribunale ordinario di Siena il 23 giugno 2015 con cui era stata sollevata la questione di legittimità costituzionale relativamente agli artt. 1, comma 1, lettera d), 5 e 6, comma 1, lettera i) del D.L.gs. 122/2005.

In virtù di detta normativa, all’atto della stipula di un contratto che abbia come finalità il trasferimento non immediato della proprietà o di altro diritto reale di godimento su un immobile da costruire, il costruttore è obbligato, a pena di nullità del contratto, a procurare il rilascio ed a consegnare all’acquirente una fideiussione di importo corrispondente alle somme e al valore di ogni altro eventuale corrispettivo che il costruttore ha riscosso e deve ancora riscuotere dall’acquirente prima del trasferimento della proprietà o di altro diritto reale di godimento.

La questione di legittimità sollevata dal Tribunale di Siena verteva, tra l’altro e per quanto qui interessa, sull’art. 1 del D.Lgs. 122/2005 nella parte in cui esclude dall’ambito applicativo della normativa di protezione i contratti di acquisto di immobili per i quali non sia stata ancora depositata la domanda di permesso di costruire, anche nelle ipotesi in cui il mancato ottenimento di tale permesso sia previsto quale condizione risolutiva della stessa pattuizione.

La Corte Costituzionale ha ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale proposta, ribadendo (come già fatto, tra l’altro, dalla Corte di Cassazione con la pronuncia 5749/2011) che l’obbligo di rilascio della polizza fideiussoria si ha solo nelle ipotesi in cui il permesso di costruire sia stato rilasciato – o quantomeno richiesto – .

Così la Corte ha motivato:

 “il rilascio del permesso costruire e quindi la verifica della compatibilità di ciò che l’imprenditore sta costruendo – o si accinge a costruire – con la normativa urbanistica rappresenta l’elemento differenziale rispetto alla diversa fattispecie dell’immobile da costruire per il quale non sia stato nemmeno richiesto il relativo permesso e che pertanto non vede sorgere nel promittente acquirente quel particolare affidamento nel contesto di legalità in cui si colloca l’iniziativa imprenditoriale di costruzione dell’immobile ove almeno tale permesso sia già stato richiesto […]

L’acquisto di immobili da costruire cosiddetto “sulla carta” si connota come operazione economica maggiormente rischiosa – ma non perciò illecita, né meramente aleatoria – per il promittente acquirente … La tutela è quella codicistica e segnatamente la nullità del contratto – non già quella speciale di protezione ai sensi dell’art. 2 del d.lgs. n. 122 del 2005 ma quella ordinaria ai sensi dell’art. 1472, secondo comma, cod. civ. – laddove «la cosa non viene ad esistenza»”.

 Paola Benucci

Nicola Petito

Studio Tabellini

Allegato: Corte Cost. n. 32-2018

Giurisdizione per le azioni di responsabilità nelle procedure concorsuali

La Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 20 dicembre sulla causa C-649/16 ha definito una questione pregiudiziale sollevata dalla Corte suprema austriaca relativa ai limiti applicativi dei Reg. n. 1215/2012 e 1346/2000.

Il caso di specie riguarda una controversia sorta in seguito al rigetto di un piano di risanamento proposto nell’ambito di una procedura di amministrazione controllata avviata in Slovacchia.

Alcuni azionisti della società in crisi avevano promosso un’azione di responsabilità nei confronti dei componenti del detto comitato, lamentando di aver subìto un danno consistente nella perdita di valore delle quote a causa dell’ingiustificato rifiuto del piano di risanamento da parte del comitato dei creditori.

Il Tribunale austriaco con la questione pregiudiziale sollevata chiedeva se l’esclusione delle procedure relative alla liquidazione di società in stato di insolvenza, dei concordati, dei fallimenti e delle procedure affini dall’ambito d’applicazione del Reg. n. 1215/2012, dovesse essere interpretata nel senso che anche“l’azione di responsabilità extracontrattuale proposta contro i membri di un comitato dei creditori a causa del comportamento di questi ultimi adottato in occasione di un voto in merito a un piano di risanamento nell’ambito di una procedura di insolvenza” dovesse essere esclusa dall’ambito di applicazione ratione materiae di tale regolamento.

La Corte di giustizia, considerando l’azione di responsabilità una conseguenza indissociabile e diretta dell’esercizio del comitato dei creditori, ha escluso l’applicazione del Reg. n. 1215/2012 e, seguendo le disposizioni del Reg. n. 1346/2000 sulle procedure d’insolvenza, ha individuato come giudice competente quello dello Stato in cui è stata aperta la procedura d’insolvenza, quindi lo Stato membro in cui è situato il centro degli interessi principali del debitore.

Inoltre, la Corte ha sottolineato l’importanza che i summenzionati regolamenti siano interpretati in modo tale da evitare qualsiasi sovrapposizione tra le norme che tali testi enunciano. Ne consegue, secondo il ragionamento della Corte, che per evitare sovrapposizione tra i due regolamenti l’ambito d’applicazione del Reg. n. 1346/2000 sia ridotto alle azioni che derivano direttamente da una procedura d’insolvenza e che ad essa siano strettamente connesse

Luca Tabellini

C Giustiz 20 dic 2017

Il diritto dell’agente all’indennità di cui all’art. 17 della Direttiva 86/653 CEE nel caso di contratto risolto dal preponente durante il periodo di prova. La questione al vaglio della Corte di Giustizia Europea

La Corte di Giustizia Europea è stata chiamata a pronunciarsi sull’applicabilità dell’art. 17 Direttiva 86/653 CEE al caso di contratto di agenzia risolto dal preponente durante il periodo di prova.

La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata proposta dalla Court de Cassation Francese, la quale si è chiesta se la propria giurisprudenza maggioritaria,  che ritiene non applicabile il citato articolo 17 ai contratti di agenzia la cui risoluzione sia intervenuta nel periodo di prova, sia conforme al diritto Europeo.

Il 25 ottobre scorso, l’avvocato generale Maciej Szpunar ha presentato le proprie conclusioni nei termini che seguono.

Si è preliminarmente rilevato che l’indennizzo previsto dall’art. 17 della direttiva 86/653 non mira a sanzionare la risoluzione del contratto, bensì a ricompensare il lavoro svolto dall’agente nel periodo precedente alla risoluzione, dipendendo dalla prestazione del medesimo agente nel corso della durata del rapporto, nonché dai vantaggi che il preponente continua a trarne anche nel periodo successivo.

L’Avvocato Generale si è poi pronunciato sul tema dell’ammissibilità del periodo di prova nell’ambito di un  contratto di agenzia commerciale, giungendo alla conclusione che tale pattuizione, non essendo espressamente vietata dalla direttiva in esame, rientra nella libertà contrattuale delle parti.

La liceità del patto di prova nel contratto di agenzia, tuttavia, non consente di ritenere, come avviene invece nella giurisprudenza di legittimità francese, che tale contratto abbia inizio soltanto al termine del periodo di prova e che solo da tale momento possa farsi applicazione della direttiva 86/653.

E tanto in quanto la protezione conferita dalla direttiva 86/653 è imperativa a partire dalla conclusione del contratto e non può essere esclusa dall’accordo delle parti.

L’Avvocato Generale ha inoltre rilevato che il periodo di prova non figura tra le eccezioni all’applicabilità del meccanismo di indennizzo elencate all’art. 18 della direttiva 86/653, all’uopo richiamando l’orientamento della Corte di Giustizia secondo il quale tali eccezioni devono essere interpretate restrittivamente.

In conclusione, dunque, l’Avvocato Generale ha ritenuto che l’articolo 17  della citata direttiva debba essere applicato a tutti i contratti di agenzia, compresi quelli soggetti a periodo di prova ed anche nel caso in cui la risoluzione del rapporto avvenga nel corso di tale periodo.

Monica Valinotti

Studio Tabellini

Allegato: Causa C-645_16 – Conclusioni Avvocato Generale

La Cassazione torna a pronunciarsi sull’annosa questione della sommatoria tra interessi corrispettivi e moratori per la determinazione dell’usurarietà dei tassi

Con l’ordinanza n. 23192 del 4 ottobre 2017, la Corte di Cassazione è nuovamente intervenuta sulla questione della possibilità di sommare tra loro interessi corrispettivi ed interessi moratori al fine di verificare l’eventuale superamento del tasso soglia in materia di usura bancaria.
L’occasione per questa nuova pronuncia si è presentata in seguito alla presentazione di una domanda di ammissione al passivo fallimentare da parte di una Banca per il capitale di un mutuo fondiario e degli interessi previsti dal contratto. In quel caso, il Giudice delegato aveva ammesso al passivo fallimentare solamente il capitale, escludendo gli interessi. L’Istituto di credito aveva presentato opposizione allo stato passivo, che era stata però rigettata dal Tribunale. In particolare, secondo il giudice di merito, gli interessi non potevano essere ammessi nel passivo poiché il tasso degli interessi moratori era superiore al tasso soglia. Si determinava così un’ipotesi di usura originaria e, conseguentemente, ai sensi dell’art. 1815 c.c., la pattuizione degli interessi era considerata nulla e, di conseguenza, nulla era dovuto.
La Banca aveva presentato ricorso per Cassazione sostenendo che il Tribunale aveva errato nell’affermare che la nullità degli interessi usurari moratori colpiva anche gli interessi corrispettivi che non superino il tasso soglia.
La Cassazione, tuttavia, non ha accolto le doglianze dell’Istituto di credito, affermando che «si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento». La Cassazione ha richiamato anche la sentenza Cass. n. 5324/2003 secondo cui «in tema di contratto di mutuo, l’art. 1 legge n. 108/1996, che prevede la fissazione di un tasso soglia al di là del quale gli interessi pattuiti debbono essere considerati usurari, riguarda sia gli interessi corrispettivi che gli interessi moratori». Ed ha anche citato la recente sentenza n. 5598/2017, dove la stessa Corte ha giudicato erronea la decisione del giudice di merito che aveva ritenuto il tasso di soglia non superato solo perché non sarebbe consentito cumulare gli interessi corrispettivi a quelli moratori al fine di accertare il superamento del detto tasso.
In conclusione, la Suprema Corte ritiene che l’usurarietà degli interessi debba essere valutata sia in riferimento agli interessi corrispettivi, sia agli interessi moratori, dei quali a tal fine deve essere fatta la sommatoria.

Nicola Petito
Studio Tabellini

Allegato: Sentenza 23192/2017 Cass. 23192-17 (usura)

La validità della clausola di proroga della giurisdizione contenuta in condizioni generali del contratto disponibili esclusivamente online

Con la sentenza a Sezioni unite n. 21622 del 19 settembre 2017, la Corte di Cassazione si è espressa sulla validità della clausola di proroga della giurisdizione contenuta all’interno di condizioni generali del contratto consultabili mediante accesso ad un sito internet.

Nel caso di specie, la Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi a seguito di un regolamento preventivo di giurisdizione proposto da una società di diritto tedesco, che era stata convenuta dinnanzi al Tribunale di Milano per essere condannata al risarcimento del danno a seguito dell’inadempimento di un contratto concluso mediante lo scambio di messaggi di posta elettronica. La società ricorrente riteneva che la giurisdizione per le controversie concernenti il contratto fosse quella dell’autorità giudiziaria tedesca, in ragione di una clausola apposita contenuta all’interno delle condizioni generali del contratto disponibili sul sito internet della stessa società.

A parere dell’intimata, tuttavia, la clausola relativa alla giurisdizione richiamata dalla ricorrente era inesistente, poiché le condizioni generali che la contenevano non erano state prodotte, e in ogni caso sarebbe stata nulla in quanto non oggetto di accordo tra le parti e carente dei requisiti di forma e sostanza di cui all’art. 23 del Regolamento 44/2001/CE, applicabile ratione temporis, e di cui all’identico art. 25 del successivo Regolamento UE n. 1215/2012 che lo ha sostituito.

La Suprema Corte ha ritenuto che tale affermazione fosse infondata, poiché le condizioni generali del contratto erano espressamente richiamate nell’ordine di acquisto ed erano accessibili mediante un sito web. A tal proposito, la Corte ha richiamato la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 21 maggio 2015 (C-322/14), dove è stato affermato che ove la clausola di proroga della giurisdizione sia contenuta in condizioni generali di contratto disponibili mediante accesso ad un sito internet, si è in presenza di “una comunicazione che permette di registrare durevolmente tale clausola, ai sensi di tale disposizione, allorché consente di stampare e di salvare il testo di dette condizioni prima della conclusione del contratto”.

A parere della Corte di legittimità, dunque, è valida e compatibile con l’art. 23 del Regolamento 44/2001/CE la clausola di proroga della giurisdizione contenuta in condizioni generali di contratto disponibili mediante accesso ad un sito internet, se costituisce una comunicazione elettronica che permette di registrare durevolmente tale clausola, consentendo di stampare e di salvare il testo di dette condizioni prima della conclusione del contratto.

 

Nicola Petito

Studio Tabellini

 

Allegato: Cass. 21622-2017